Molti di voi conoscono le gesta che narrano della guerra di Troia mentre, per molti altri verrà un giorno che si accosteranno alla grande poesia di Omero e non spiacerà loro conoscere il perché la Grecia si sia armata contro la superba città asiatica, come quella guerra fu combattuta, quali eroi vi presero parte e quale sorte loro toccò.

Cominciamo dunque…

— Ab ovo — direte voi.
Be’, si potrebbe cominciar proprio da un ovo, da quell’ovo donde, secondo quanto narra il mito, nacquero le bellissime Clitennestra (o Clitemnestra) ed Elena, le quali andarono poi spose a coloro che della guerra troiana furono, come dice Omero, «i due supremi condottieri», ai due Atridi, e precisamente: Clitennestra ad Agamennone, re di Argo e di Micene, ed Elena a Menelao, re di Sparta.

Ma, invece che da un ovo, cominceremo da una mela.
Ricordate? Si celebravano a Ftìa le nozze del re Peleo e di Tetide, dea del mare. Tutti gli Dei erano stati invitati, tutti tranne — per dimenticanza o per evitare guai? — una dea: la Discordia.

Invece i guai vennero, e grossi.

Per vendicarsi di essere stata esclusa, la dea della discordia, Eris, sul più bello del banchetto nuziale, fece rotolare, tra i convitati, una mela d’oro sulla quale era scritto: Alla più bella.
Tre Dee (le altre stettero quiete probabilmente perché quelle tre erano le maggiori e le più prepotenti) si levarono a pretendere la mela ed il vanto della suprema bellezza: Era, Afrodite e Atena.
Agli Dei il giudizio.

Ma nessuno dei Numi avendo voluto assumersi tanta responsabilità (che strascico di litigi e di rancori c’era da aspettarsi!), si deliberò che giudice inappellabile sarebbe stato un mortale: e per ordine di Zeus il buon Ermes guidò le tre contendenti alle pendici del monte Ida nella Troade, là dove Paride, principe e pastore, stava pascolando le sue capre.

Paride era figlio di Priamo e di Ecuba, sovrani di Troia.
Sua madre, quando egli stava per nascere, aveva fatto un terribile sogno: il figlio atteso nasceva in forma di fiaccola ardente e suscitava un incendio nel quale andava distrutta la cittadella di Ilio. «Egli cagionerà la rovina di Troia» aveva profetato un indovino: e Priamo, non appena il bimbo era nato, lo aveva affidato a un pastore che lo portasse e lo abbandonasse sul monte Ida. Ma il pastore, cinque giorni dopo, ricapitando lassù, aveva ritrovato il bimbo ancor vivo e vispo: un’orsa lo aveva nutrito; e l’uomo, allora, aveva raccolto il piccino e lo aveva portato a casa sua e tenuto e cresciuto come un figlio. Più tardi, conosciuta la propria origine regale, Paride era venuto a Troia e vi aveva preso luogo e dignità.

A lui, dunque, per volere di Zeus, Ermes indirizzò le tre rivali. All’avvicinarsi delle divinità Paride si impaurì e tentò di fuggire; ma Ermes lo persuase che egli non aveva nulla da temere e gli comunicò l’ordine di Zeus.
Paride tentò ancora di esimersi dall’incarico: in qualunque modo avesse giudicato, si sarebbe fatto due nemiche. Tuttavia dovette rassegnarsi.
Ciascuna delle tre Dee allora cercò di accaparrarsi la sua benevolenza:

  •  Era (Giunone), se egli avesse giudicato in favore di lei, gli promise l’impero dell’intera Asia;
  •  Atena (Minerva), la saggezza e la vittoria in ogni battaglia;
  •  Afrodite (Venere), l’amore della più bella donna del mondo.

E Paride consegnò la mela d’oro a lei, assicurandosi in tal modo la protezione di Afrodite e l’odio implacabile delle altre due.

Poco tempo dopo Paride, nonostante il contrario consiglio di Eleno e di Cassandra, suoi fratelli, indovini e presaghi del male che sarebbe per nascere da tal viaggio, si recò a Sparta e fu accolto ospitalmente nella reggia di Menelao.
Sposa di questo era Elena, bellissima.
Volle la sorte che per l’appunto in quei giorni Menelao dovesse recarsi a Creta per i funerali del proprio avo, il re Catreo.
Complice Afrodite, Paride approfittò dell’assenza di Menelao  per indurre Elena a fuggire con lui, portando con se le proprie ricchezze. Il viaggio fu avventuroso. Finalmente Elena e Paride giunsero a Troia e vi celebrarono le loro nozze.

Ritornato a Sparta e scoperto il tradimento della moglie e dell’ospite, Menelao ricorse al fratello Agamennone. Ad Agamennone e a Menelao si unirono tutti i principi achei: un patto di assistenza li univa a Menelao; di più, l’affronto recato al sovrano di Sparta feriva l’onore di tutta la Grecia. In breve una flotta di oltre mille navi, su cui erano imbarcati circa centomila guerrieri, si raccolse nel porto di Aulide nella Beozia, pronta a veleggiare alla volta di Troia e risoluta a vendicare aspramente l’ingiuria patita. Tutti i maggiori principi della Grecia erano convenuti. Primeggiava per bellezza e per forza Achille, figlio di Tetide. La madre, sapendo che egli sarebbe morto, ancora nel fiore degli anni, sotto le mura di Troia, aveva cercato di sottrarlo al triste destino nascondendolo, in vesti femminili, presso la  corte di Nicomede, re di Sciro; ma Ulisse, travestito da mercante, lo aveva scovato e lo aveva costretto a rivelarsi offrendogli, tra degli oggetti donneschi, anche lance e spade, che il giovine aveva subito scelte e impugnate.
Anche l’astutissimo Ulisse aveva cercato di non lasciare la patria e la diletta giovane sposa. Quando i messi di Agamennone erano venuti a cercarlo, egli si era finto pazzo e si era fatto trovare in atto di seminar sale in un campo che andava arando con un aratro trascinato da un bove e da un asino accoppiati. Subodorato l’inganno, uno dei messi aveva preso il figlioletto di Ulisse, Telemaco, e lo aveva deposto in terra dinanzi al vomere: e il padre si era fermato per non uccidere la propria creatura.
Facevano parte della spedizione anche Aiace Telamonio, Aiace di Oileo, Paciere Teucro, il fiero Diomede, Idomeneo cretese, il vecchio e savio Nestore, signore di Pilo, e tanti altri eroi.

Fin dagli inizi l’impresa si annunziò non facile e non breve. Subito dopo un sacrificio ad Apollo, un serpente uscì da sotto l’altare del dio e, salito su un vicino albero, divorò otto passeri e la loro madre che erano in un nido tramutandosi, successivamente, in pietra. L’indovino Calcante ne profetò che la guerra sarebbe durata nove anni e che la vittoria sarebbe stata conseguita soltanto nel decimo. Nonostante ciò , l’esercito era impaziente di mettersi in mare; ma un’implacabile bonaccia tratteneva all’ancora le navi. Gli uomini si logoravano nell’attesa. Calcante, interrogato, rivelò che Artemide, offesa da Agamennone, non avrebbe concesso alla flotta di salpare se prima Agamennone non le avesse sacrificato la propria figlia Ifigenia. Bisognò obbedire. Ulisse andò in Argo, si fece consegnare la ragazza da Clitennestra assicurandole che essa era destinata a sposare Achille, la condusse in Aulide. Qui la giovinetta stava per essere sacrificata ad Artemide quando la dea la occultò e fece apparire, in sua vece, sull’altare una cerbiatta, mentre trasportava Ifigenia in un santuario della Tauride, dove molti anni dopo la ritrovò il fratello Oreste. Placata che fu la Dea, i vènti tornarono a soffiare e le navi spiegarono le vele verso i lidi troiani.

Approdati nella Troade e tratte in secco le navi, i Greci cinsero d’assedio la città.
Lungo e duro assedio.
Intanto tra guerriglia e saccheggi andavano devastate le terre e le città alleate di Priamo. Tuttavia, chiusa dentro il possente circuito delle sue mura, ricchissima di oro, vigorosamente difesa dai suoi cittadini, largamente soccorsa dai suoi alleati, Troia resistette.
Resistette nove anni.
I Greci erano esasperati. Nel decimo anno un’aspra contesa, insorta tra Achille e Agamennone, allontanò Achille dalla battaglia e sembrò che l’esercito e la flotta achea dovessero andare distrutti. Poi la sorte mutò ancora. Patroclo, l’amico carissimo di Achille, cadde per mano di Ettore, figlio di Priamo.

Dolente e furente, Achille riprese allora le armi e, con l’assistenza di Atena, affrontò ed uccise Ettore. Pur avendo perduto il suo più valido difensore, Troia continuò a resistere.

Ma Ulisse, prima, aiutato da Diomede, rapì a Troia il Palladio (una statua di Pallade) che era garanzia d’incolumità, poi, mentre l’esercito greco fingeva di abbandonare scoraggiato l’impresa, fece sì che i Troiani smantellando parte delle loro mura, introducessero nella città un enorme cavallo di légno, nel cui ventre erano celati i più valorosi guerrieri achei.

Di notte, mentre i cittadini, illusi di essere ormai fuori di ogni pericolo, serenamente riposavano, i Greci uscirono dal cavallo, aprirono le porte di Troia ai propri compagni, con loro si sparsero per le vie, per le piazze, per le case e cominciarono la strage e il saccheggio. L’incendio avvampò. Le mura di Troia e i palazzi e la reggia rovinarono tra le fiamme orrendamente.

Distrutta Troia, gli Achei risospinsero in mare le navi e tornarono in patria.

Ahi, quanti di loro giacquero nella terra asiatica e non tornarono più!

Non tornò Achille, ucciso da Paride, con la complicità di Apollo, mentre stava per celebrare le proprie nozze con Polissena, figlia di Priamo; non tornò Aiace Telamonio, che per un affronto subito sembrò impazzire e, riavutosi quindi dallo smarrimento, vergognoso di se stesso si uccise.

Altri tornarono.

Tornò Menelao, ma dopo lunga e travagliata navigazione; tornò Agamennone, ma per trovare immediata morte nel tradimento della moglie Clitennestra e del cugino Egisto; tornò Ulisse, ma dopo dieci anni…

Oh, no, non vi racconterò le prodigiose avventure di Ulisse, come non vi ho raccontato le grandi battaglie degli Dei e degli Eroi nella pianura tra lo Scamandro e il Simoenta, dinanzi alle alte mura di Troia: dovete ascoltarle leggendo il canto di Omero.

Perché, forse, sospinta dalle onde mediterranee, la lira di Orfeo approdò alle rive della Jonia, alla foce del Meles, e Omero ivi la raccolse e, ora e nei secoli, dalle argentee caligini del mito affacciandosi al grande arco della storia, leva gli occhi ciechi e veggenti al cielo e invoca la Musa e canta.