Mantegna_didoneDidone, o Elissa, è una figura mitologica, regina fenicia figlia primogenita di Belo, re di Tiro, e sposa di Sicharbas. Alla morte del padre la successione al trono fu contrastata dal fratello Pigmalione, che ne uccise segretamente il marito e assunse il potere con lo scopo di rubarne i suoi tesori.

Didone lasciò Tiro con un largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione, le cui tappe principali furono Cipro e Malta.

Giunone le aveva promesso una nuova terra in cui fondare una propria città e gliel’aveva indicata come la terra in cui scavando sulla spiaggia avrebbe trovato un teschio di cavallo.

Approdata infine sulle coste libiche, Didone ottenne dal re Iarba il permesso di stabilirvisi, prendendo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue” infatti, l’antico soprannome di Cartagine era “Birsa”, che in greco significa “pelle di bue” e in fenicio “rocca”.

Didone scelse una penisola, tagliò astutamente la pelle di toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine e riuscì a occupare un territorio di circa ventidue stadi (uno stadio equivaleva a circa 185,27 mq.)

Durante la vedovanza Didone fu insistentemente richiesta in moglie dal re Iarba e dai principi numidi, popolazione locale; secondo le narrazioni più antiche dopo aver finto di accettare le nozze, Didone si uccise con una spada invocando il nome del marito Sicharbas.

Didone fu divinizzata dal proprio popolo con il nome di Tanit, la che deteneva il posto più importante a Cartagine e quale ipostasi della grande dea Astarte.

Il culto di Tanit sopravvisse alla distruzione di Cartagine e fu introdotto nella stessa Roma dall’imperatore Settimio Severo. Esso si estinse definitivamente con le invasioni barbariche. La tradizione romana vedeva un collegamento tra la famiglia cartaginese dei Barca e la regina leggendaria tanto fu che anche la regina Zenobia di Palmira, molto più tardi, si proclamò discendente ed erede politica di Didone.

Il mito di Didone è stato ripreso da Virgilio nell’Eneide
Nella versione virgiliana, Didone s’innamora di Enea giunto naufrago a Cartagine. È a lei che l’eroe troiano racconta le vicende vissute a partire dalla fine di Troia. Giove, tramite Mercurio, impone la nuova partenza all’eroe troiano, che lascia Didone dopo un ultimo terribile incontro, in cui lei lo maledice e prevede eterna inimicizia tra i popoli.

Pompeo Batoni (1708-1787), Didone abbandonata

Poi, con delle scuse, svia Anna e la nutrice Barce e disperata si uccide con la stessa spada che Enea le aveva donato, gettandosi poi nel fuoco di una pira sacrificale.

 Guercino_Morte_di_Didone

Il mito è stato molto usato nell’arte ispirando pitture, sculture e opere musicali.

Affresco_romano_-_Enea_e_didone

tratto da: http://www.tanogabo.it/mitologia/greca/Didone.htm