Gli Dei venivano onorati e invocati con preghiere, con offerte e con sacrifici. Ogni luogo era adatto alla preghiera e al sacrificio tanto tra le pareti domestiche quanto sotto il libero cielo: tuttavia le genti fissarono ben presto determinati luoghi come particolarmente adatti al culto divino.
Ogni cumulo di terra o di pietre intorno alle quali si levassero preghiere o sul quale si sacrificassero vittime era per i Greci un altare; però dai semplici rozzi altari primitivi si giunse col tempo agli altari solenni come quello di Giove in Olimpia, che misurava 125 piedi di circonferenza e 31 di altezza, o come quello di Pergamo, alto 12 metri e adorno di statue e di bassorilievi mirabili, o come quello di Apollo in Delo, costruito con corna di capra intrecciate e connesse con tanta vaghezza di arte da farlo annoverare tra le sette meraviglie della Grecia.
Ogni Dio ebbe il suo altare; solo agli Dei inferi non si usava innalzare altari; i sacrifici per questi Dei erano compiuti presso fosse scavate nel terreno, entro le quali si faceva scolare il sangue delle vittime.
Sugli altari costruiti nell’interno dei tempi, non si sgozzavano vittime e non si accendevano fuochi.
I templi generalmente sorgevano nella parte alta delle città (acropoli). Alcuni furono semplici; altri divennero famosi per grandezza e per bellezza come il tempio di Giove in Olimpia, quello di Diana in Efeso, quello di Apollo in Delo, quello di Minerva – il Partenone – in Atene.
Nei templi si conservavano le offerte dei fedeli, le quali spesso consistevano in oggetti preziosi per materia e per lavoro sì da venir a formare tutti insieme veri e propri tesori.
Custodi dei tempi erano i sacerdoti.

I sacerdoti, in Grecia come a Roma, non costituivano una casta. Sacrifici potevano essere compiuti e preghiere innalzate da chicchessia. I capi del popolo celebravano i sacrifici per il popolo, il capo della famiglia per la propria famiglia. La preghiera era preceduta da abluzioni parziali (delle mani) o di tutta la persona. In certi casi l’intera popolazione che partecipava alla preghiera si purificava prima nelle acque di un fiume o del mare. Le offerte consistevano comunemente nelle primizie delle frutta e delle messi o in focacce di forme svariate; o si spargeva miele, vino, latte sugli altari, mentre una parte dei liquidi era assaggiata dagli offerenti (libazione).

I sacrifici erano invece offerte di animali, i quali venivano sgozzati sull’altare. Per lo più si sacrificavano buoi che non fossero mai stati aggiogati (talvolta se ne indoravano le corna), pecore, capre o altri animali domestici; le vittime dovevano essere bianche se offerte agli Dei superni e nere se offerte agli Dei sotterranei. Certi Dei volevano il sacrificio solo di determinati animali: così Bacco voleva un caprone, Venere colombe, Nettuno un cavallo, Esculapio un gallo. Degli animali sacrificati, le interiora e parte delle cosce venivano arse in onore del Dio; le altre carni, rosolate, si distribuivano tra tutti gli astanti. I sacrifici erano modesti o ricchi secondo la possibilità degli offerenti e l’importanza dell’occasione. Sacrificio solenne era quello di cento buoi (ecatombe).
Talvolta il sacerdote, durante il sacrificio, prestava particolare attenzione a vari segni: se il sangue della vittima fosse di color vivo o tendesse al bruno, se scorresse fluido o torpido, se la fiamma ardesse vigorosa o languisse e se si alzasse dritta o piegasse, se i visceri della vittima – fegato, cuore, milza – apparissero chiari o scuri, lisci o rugosi: da tutto ciò deduceva un pronostico favorevole o avverso alla persona che lo aveva interrogato o al caso circa il quale era stato consultato. Presagi venivano tratti anche dal volo e dal canto di certi uccelli (aquila, avvoltoio, falco, ecc.), dai fenomeni celesti (tuono, lampo, fulmine, arcobaleno, eclissi), dai sogni, da voci o da parole o suoni di uomini (starnuto, colpi di tosse, ecc.) o da gridi di animali (ululati, abbaiamenti, ecc.) colti per caso. Oltre i sacerdoti, a trarre presagi e a interpretare da codesti segni la volontà divina c’erano gli indovini, i quali si reputavano ed erano ritenuti esperti in tale arte. Infine si poteva ricorrere agli oracoli, luoghi e templi nei quali si credeva che gli Dei rivelassero la loro volontà o preannunziassero il futuro agli uomini.
Il più antico degli oracoli era quello di Giove a Dodona, ai piedi del monte Tamaro nell’Epiro: ivi alcune vecchie sacerdotesse ascoltavano lo stormire delle fronde di un’antica quercia sacra a Giove e ripetevano le voci e le parole che coglievano in quel dibattersi di foglie e di rami; i Selli, sacerdoti addetti al tempio, interpretavano tali voci e tali parole e riferivano il responso del Dio ai devoti interroganti. Un altro celebre oracolo era quello di Apollo in Delfo: qui l’«adito», cioè la parte più riposta del tempio, era costruita sopra una grotta che si affondava nel suolo e da una spaccatura dalla quale uscivano esalazioni sulfuree; una sacerdotessa (Pitonessa) – poiché i responsi venivano dati solo in determinati giorni del mese – si preparava con alcuni giorni di digiuni, di abluzioni e di preghiere; il sommo sacerdote (Profeta) la accompagnava quindi nell’«adito» e la faceva sedere su un tripode collocato sopra l’apertura della grotta.
Eccitata dall’antecedente preparazione rituale, suggestionata dal mistero della cerimonia, stordita dalle emanazioni sulfuree, la Pitonessa pronunciava parole più o meno coerenti, che il sacerdote interpretava formulandone un responso da riferirsi al devoto interrogante: un responso prudentemente ambiguo.
Terzo antico e venerato oracolo, se pur meno rinomato dei due precedenti, era l’Antro di Trifonio ossia l’oracolo di Giove Ctonio, presso Lebadea nella Beozia. Famoso poi per i suoi responsi, di natura però esclusivamente – diciamo così – igienica, era il tempio di Esculapio, che sorgeva a Epidauro nel Peloponneso. In Italia l’oracolo più celebrato fu quello della Sibilla di Cuma, presso il lago Averno, non lontano da Napoli.
Poco lontano dall’oracolo di Delfo, nella Focide, presso l’antica città di Crisa, si celebravano ogni quattro anni le feste Pitiche. I Greci avevano, come abbiamo noi, molti giorni festivi nel corso dell’anno: in essi i lavori venivano sospesi e avevano luogo preghiere, sacrifici, processioni, banchetti, canti, ecc. Ogni città celebrava le proprie feste particolari. In Atene, che era la città più festaiola della Grecia, le feste più solenni erano le Panatenee, le Eleusinie, le Tesmoforie, le quattro Dionisiache (Lenee, Grandi e Piccole Dionisiache, Antesterie). Accanto alle solennità locali, si celebravano anche feste d’importanza nazionale: le Olimpie, le Pitiche, le Nemee, le Istmiche. Ad esse prendevano parte tutti i Greci, anche delle più lontane colonie. Le Olimpie venivano celebrate ogni quattro anni nella pianura di Olimpia nell’Elide (Peloponneso) e assursero a tale importanza che da una di esse (quella del 776 a. C.) si cominciarono a datare gli avvenimenti storici.
Anche le Pitiche avevano luogo (presso l’antica città di Crisa, nella Focide) ogni quattro anni (nel terzo anno di ogni Olimpiade). Le Nemee, in onore di Giove Nemeo, si celebravano ogni due anni in una valle presso la città di Flio (nel Peloponneso). Biennali erano anche le Istmiche che si svolgevano in un bosco sacro a Nettuno (al quale Dio erano dedicate), sull’istmo di Corinto. Durante queste riunioni — che consistevano in preghiere, sacrifici solenni, processioni, banchetti, festeggiamenti vari — si effettuavano gare sportive, i vincitori delle quali venivano celebrati come eroi e cantati da grandi poeti (Pindaro, Bacchilide, Simonide di Ceo, ecc.).
Come i Greci, anche i Romani onoravano gli Dei con preghiere, offerte, e sacrifici. Gli atti del culto potevano essere privati (sacra privata: e venivano celebrati da una persona sola o dalla famiglia – sacra familiarum – o dalla gente – sacra gentilicia) o pubblici. Questi secondi (sacra publica) erano compiuti dall’intera popolazione suddivisa in determinati modi (sacra popularia) o da magistrati o da pubblici sacerdoti non partecipandovi la cittadinanza (sacra pro populo). Tra i sacra popularia possiamo ricordare le Palilia, antica festa pastorale e campestre, che cadeva il 21 aprile e che fu celebrata poi come anniversario della fondazione di Roma, e i Saturnalia, che duravano sette giorni e comprendevano cerimonie pubbliche (sacrifici e distribuzione di cibarie al popolo) e liete feste domestiche (scambio di doni, giochi con premi, banchetti a cui partecipavano gli schiavi mescolati con i padroni e serviti da questi).
Altri sacra popularia erano gli Ambarvalia (cadevano il 29 maggio; si conducevano lungo i confini di un dato territorio un porco, un ariete e un toro, che poi venivano offerti in sacrificio espiatorio detto suovetaurilia) e i Terminalia (durante i quali, con rituali sacrifici, si consacravano le pietre di confine).
Le offerte consistevano in prodotti agricoli (frutti, cibi, latte, vino, profumi, ecc.) o del lavoro domestico.
Gli animali sacrificati dovevano essere perfetti e senza macchia. Si sacrificava a Giove un toro bianco, a Cerere una scrofa, a Bacco un capro, agli Dei infernali bestie nere. In caso di necessità le bestie vive potevano essere sostituite dalle loro immagini foggiate di cera o di pasta. Le vittime erano condotte all’altare inghirlandate di erbe sacre e di bende di lana; ai bovini si soleva indorare le corna. Presso l’altare le vittime venivano immolate: prima si spargeva loro sul capo tritello con sale (mola salsa) e spruzzi di vino; poi si radevano loro alcuni crini, che si gettavano nel fuoco; infine i victimari le sgozzavano. Fegato, polmoni, milza e omento venivano abbrustoliti e offerti alla divinità; le carni erano mangiate dai partecipanti al sacrificio.
Anche i Romani ebbero in onore le arti divinatorie, e per interpretare i segni rivelatori della volontà divina (volo e canto degli uccelli, corso di animali sul terreno, tuono e lampo, modo di comportarsi dei polli dinanzi al becchime, osservazione dei visceri degli animali sacrificati) ricorrevano agli àuguri e agli aruspici. Favorevoli erano ritenuti i segni che si manifestassero alla sinistra dell’àugure o dell’aruspice rivolto a settentrione, e sfavorevoli i segni provenienti dalla destra. In tempi più tardi, per influsso dell’uso greco, si ritennero propizi i segni a destra e infausti quelli a sinistra. Agli aruspici – di origine etrusca e che traevano dai libri aruspicini la loro scienza, insegnata, dicevasi, a un contadino di Tarquinia da Tagete, nipote di Giove – si ricorreva particolarmente per stornare o per attrarre i fulmini, per dedicare i luoghi sacri, per espiare straordinari infausti prodigi; ma alle loro arti misteriose si guardava con diffidenza, tanto che – secondo quanto narra Cicerone — Catone si meravigliava che un aruspice potesse stare serio quando vedeva un altro aruspice: mirari se quod non rideret  haruspex, haruspicem cum vidisset.