Scoperta la prima luna all’esterno del nostro Sistema Solare

Gli astronomi annunciano di avere rilevato il primo eso-satellite, la prima luna al di fuori del Sistema Solare.

Credit: NASA

Dopo avere scoperto oltre 3.000 pianeti all’esterno del nostro Sistema Solare, ora gli astronomi annunciano di avere rilevato il primo esosatellite, la prima luna al di fuori del Sistema Solare: ha le dimensioni di Plutone ed orbita intorno ad un pianeta delle dimensioni di Giove che ha però 10 volte la massa del gigante gassoso.

Il satellite naturale è stato individuato grazie al telescopio spaziale Kepler, ed infatti il nuovo “inquilino” è stato battezzato Kepler-1625b ed orbita con il suo pianeta intorno ad una stella a ben 4.000 anni luce di distanza dalla terra.

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fonte: meteoweb.eu
 

 

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Il Cavallo di Troia era una nave?

Il Cavallo di Troia non era un cavallo di legno, bensì una speciale nave da guerra.

Navi fenicie ‘Hippoi’ (particolare del bassorilievo del palazzo di Khorsabad, antica Dur Sharrukin, la ‘Fortezza di Sargon’, capitale dell’impero assiro al tempo di Sargon II, 722-705 a.C.). (Parigi, Louvre)

L’archeologia navale arriva ora in soccorso dell’interpretazione del celebre episodio narrato da Omero: non il mitico (e improbabile) quadrupede i Troiani avrebbero introdotto dentro le mura della città – in parte abbattendole per farcelo entrare – ma l’Hippos, una nave di tipo fenicio con la polena a testa di cavallo. La sorprendente rivelazione, anticipa l’AdnKronos, arriva dai recenti studi dell’archeologo navale Francesco Tiboni, ricercatore dell’Università di Aix-en-Provence e Marsiglia, che pubblica i risultati della sua indagine sulla rivista “Archeologia Viva” (Giunti editore).

Un equivoco millenario di una traduzione di un termine ha impedito di conoscere in realtà il marchingegno che fu utilizzato per abbattere le mura di Troia, sostiene l’archeologo italiano che insegna in Francia. Tiboni spiega che l’inganno ideato da Ulisse e allestito dagli Achei fu messo in atto per mezzo di “una nave, piuttosto che di un cavallo”, perché l’Hippos va identificato con un vascello e non con un quadrupede.

Ma come e quando la nave è diventata un cavallo? Intorno al VII secolo a. C. è nato l’equivoco, poi ingenerato successivamente anche da Virgilio che ne fu inconsapevole trasmettitore rispetto all’originale di Omero. “Dal punto di vista lessicale, appare evidente che l’apparizione del cavallo risulta legata a un errore di traduzione, un’imprecisione nella scelta del termine corrispondente che, modificando di fatto il contenuto della parola originaria, ha portato alla distorsione di un’intera vicenda”, scrive Francesco Tiboni.

“Se, infatti, esaminiamo i testi omerici, reintroducendo il significato originale di nave – certamente noto ai contemporanei – non solo non si modifica in alcun modo il significato della vicenda, ma l’inganno tende ad acquisire una dimensione meno surreale – spiega Tiboni – E’ di certo più verosimile che un’imbarcazione di grandi dimensioni possa celare al proprio interno dei soldati, e che loro possano uscire calandosi rapidamente da portelli chiaramente visibili sullo scafo e per nulla sospetti agli occhi di chi osserva”.

E appare più plausibile anche ipotizzare che una grande nave, di un tipo noto per essere solitamente utilizzato per pagare tributi, possa essere non solo interpretata come un dono e un segno di resa, ma anche come un eventuale voto divino.

E’ possibile che, nel corso dei secoli, essendo caduto in disuso il termine navale, l’identificazione dell’Hippos con uno scafo “non fosse più automatica”, sottolinea l’archeologo.

“Se consideriamo l’iconografia, notiamo che tra le pochissime figurazioni del cavallo (venticinque in tutta la storia dell’arte antica), le prime si datano al VII secolo a.C., periodo cui risalgono le opere post-omeriche prese a riferimento da Virgilio”. Dunque, è più che possibile che l’equivoco millenario della traduzione dell’Hippos omerico si possa collocare in questo momento – spiega sempre Francesco Tiboni – E che Virgilio, cui si deve la vera grande diffusione del tema nella cultura occidentale, abbia codificato tale passaggio utilizzando il termine latino ‘equus’ (che significa ‘cavallo’), forse a causa della tradizione post-omerica, come farà anche il filosofo bizantino Proclo (412-485 d.C.) nella Crestomazia, riportando testi di Lesche di Mitilene (VIII-VII sec. a.C.) e di Arctino di Mileto (VIII sec. a.C.).

“La sottovalutazione incolpevole – e ante litteram – dell’archeologia navale, intesa come capacità di analisi delle diverse fonti a disposizione degli studiosi finalizzata al riconoscimento e studio dei modelli di imbarcazione antichi, potrebbe quindi aver determinato questo equivoco plurisecolare, che, oggi, proprio l’archeologia navale può finalmente sanare“, conclude Tiboni.

tratto da pierluigimontalbano.blogspot.it

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Esiste davvero un nono pianeta nel Sistema Solare? – Nuovi indizi sulla sua possibile esistenza

La sua possibile esistenza è stata annunciata per la prima volta nel 2016, sollevando diverse perplessità. Molti astronomi hanno, infatti, ipotizzato si trattasse di un errore nelle osservazioni. Ma esiste davvero un nono pianeta nel Sistema Solare?

Credit: Caltech/R. Hurt/IPAC

Un team di astronomi spagnoli della Complutense University of Madrid ne è convinto. E ha appena presentato nuove prove a conferma di questa ipotesi. Come dimostra uno studio pubblicato su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society Letters.

Gli astronomi spagnoli – spiega l’Agenzia Spaziale Italiana – hanno analizzato le orbite dei cosiddetti oggetti transnettuniani, che si trovano ai confini del Sistema Solare, nella fascia di Kuiper, una regione formata prevalentemente da corpi ghiacciati risalenti agli albori del nostro sistema planetario.

Gli autori hanno studiato, in particolare, gli oggetti transnettuniani estremi, i più lontani, quelli che si trovano, cioè, a una distanza superiore a 150 Unità Astronomiche (UA, che indica la distanza media Terra-Sole), e che non intersecano mai l’orbita di Nettuno.

Quel che hanno notato è l’esistenza di qualcosa che perturba queste orbite. La loro ipotesi è che si tratti proprio di un pianeta fantasma oltre Plutone, a una distanza di circa 300-400 volte quella che separa la Terra dal Sole. La sua massa, secondo i calcoli degli studiosi, sarebbe 10 volte superiore a quella terrestre.

“Riteniamo che quel che abbiamo riscontrato non possa essere attribuito a un qualche tipo di errore osservazionale”, afferma Carlos de la Fuente Marcos, uno degli autori della ricerca. Secondo gli studiosi spagnoli, la scoperta di nuovi oggetti transnettuniani estremi – finora se ne conoscono solo una trentina – potrà fornire maggiori indizi in favore dell’esistenza di un nono pianeta nel Sistema Solare.

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Perché i muri romani sommersi dal mare diventano indistruttibili

Perché i muri romani sommersi dal mare diventano indistruttibili 

Sono passati 2000 anni e le costruzioni di calcestruzzo romano sono ancora le migliori al mondo. Una previsione già fatta da Plinio il vecchio nel 79 d.c. quando nel suo ‘Naturalis Historia’ scrisse che le strutture in calcestruzzo costruite nei porti, dove sono esposte all’impatto costante delle onde di acqua salata, diventano “ogni giorno più forti e resistenti, come una sola massa di pietra impermeabile”.
Lo scrittore romano non stava per niente esagerando. E per anni gli scienziati si sono chiesti come fosse possibile che le costruzioni romane, realizzate con le prime forme di calcestruzzo, rimanessero così solide nel tempo mentre quelle moderne si sbriciolano dopo qualche decennio.

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Svelato il mistero del calcestruzzo di 2000 anni fa

Ha provato a rispondere a questa domanda – si legge su phys.org – la geologa e geofisica Marie Jackson, dell’università dello Utah che ha analizzato a fondo il porto romano della baia di Pozzuoli a Napoli.
Gli studi di alcuni anni l’hanno portata alla conclusione che il segreto fosse da ricercare nel mix fra cenere vulcanica, malta, tufo e acqua con cui venivano realizzate le opere.
Lei e i suoi colleghi, che hanno pubblicato il nuovo studio sulla rivista Mineralogist, hanno scoperto che l’ingrediente segreto che rende indistruttibili i porti romani attraverso un processo chimico è proprio l’acqua di mare. Questa entrando in contatto con la cenere vulcanica permette ai minerali di crescere, dando vita a composizioni ricche di silice, simile ai cristalli delle rocce vulcaniche. Questi cristalli fortificano la cementazione e aumentano così la resistenza del calcestruzzo.

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La formula millenaria per le future costruzioni

Dopo la scoperta i ricercatori, insieme all’ingegnere geologico Tom Adams, vogliono provare a sviluppare la composizione del calcestruzzo romana sulle future costruzioni marittime. Tra gli obiettivi ci potrebbe essere la laguna

di Swansea in Gran Bretagna dove si pensa di sfruttare l’energia delle maree: “Un prototipo di cemento romano potrebbe rimanere intatto per secoli permettendo, tra l’altro, di recuperare anche i costi sostenuti per la costruzione”.

“In realtà – spiega Jackson – normalmente questo processo di corrosione sarebbe negativo per i moderni materiali. Invece in quelli di allora funziona e prospera. Non è detto che si possa applicare la formula in tutti gli impianti futuri, ma vogliamo provarci”.

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La formula dei romani fa bene all’ambiente

Il 7% dell’anidride carbonica deriva dalla produzione del calcestruzzo moderno. In un momento dove il riscaldamento globale e l’inquinamento è tra i principali problemi da risolvere, l’idea di poter realizzare nuove opere attraverso la formula dei romani ‘a basso impatto ambientale’ diventa importante anche per tale scopo. Oggi – secondo la ricerca – il cemento di Portland usato per costruire dighe e impianti si sbriciola dopo alcuni decenni ed è realizzato in forni a temperature elevate che emettono CO2. “A differenza ad esempio del cemento di Portland, in quello romano non si verificano crepe”, spiega ancora la geologa.

di Luisa Berti

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