Raggiunto “Ultima Thule”, il corpo celeste ai confini del Sistema Solare

La sonda della NASA New Horizons ha raggiunto Ultima Thule, un oggetto coperto di ghiaccio che si trova nella Fascia di Kuiper

Credits: NASA/JHUAPL/SwRI; sketch courtesy of James Tuttle Keane

Dai confini del Sistema Solare sono arrivate le prime immagini di Ultima Thule, il corpo celeste più lontano mai esplorato dall’uomo: la sonda della NASA New Horizons, il giorno di Capodanno, ha raggiunto l’oggetto coperto di ghiaccio che si trova nella Fascia di Kuiper, a una distanza di 6,4 miliardi di km dalla Terra. Le prime immagini, ancora in bianco e nero e a bassa risoluzione, mostrano un corpo celeste che assomiglia a  una nocciolina americana.
Secondo le prime stime degli esperti della NASA le sue dimensioni sono all’incirca di 32 km di lunghezza e 16 di larghezza.
Nei prossimi giorni sono attese altre foto, ad alta definizione e a colori.

Quello di ieri è stato il flyby più lontano nella storia dell’esplorazione spaziale: dopo questo storico sorvolo, New Horizons resterà attiva fino alla fine del 2020, in modo da trasmettere a Terra tutti i dati raccolti e completare le osservazioni scientifiche della fascia di Kuiper.

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a cura di  Filomena Fotia  fonte: meteoweb.eu

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“Pi greco Mensae c”, una super-Terra a 60 anni luce da noi

Scoperta una super-Terra a 60 anni luce di distanza, con un raggio doppio rispetto al nostro pianeta.

Una ricerca internazionale coordinata da Davide Gandolfi, del dipartimento di Fisica dell’Università di Torino, ha scoperto una superTerra a 60 anni luce di distanza, con un raggio doppio rispetto al nostro pianeta e una massa superiore di 4,5 volte.

Il pianeta, descritto su Astronomy & Astrophysics, è il primo scoperto grazie ai dati del telescopio spaziale Tess della NASA, lanciato ad aprile scorso: ruota in 6 giorni attorno alla stella Pi greco Mensae e si chiama “Pi greco Mensae c“.

L’ambiente dell’esopianeta non sarebbe adatto alla vita, ma la sua scoperta apre certamente la strada a studi futuri sulle caratteristiche dei pianeti che orbitano intorno ad altre stelle.

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Laghi esondati hanno scavato i canyon su Marte

Miliardi di anni fa l’acqua scorreva liberamente e in grandi quantità su Marte attraverso fiumi che si riversavano in crateri, creando laghi e mari


Oggi l’acqua su Marte è intrappolata in calotte di ghiaccio. Ma miliardi di anni fa – spiega Global Science – scorreva liberamente e in grandi quantità sul pianeta attraverso fiumi che si riversavano in crateri, creando laghi e mari. Più di 200 di questi bacini, oggi prosciugati, presentano canali di sbocco che si estendono anche centinaia di chilometri, scavati un tempo dall’acqua defluita dagli antichi laghi.

Ma in quanto tempo si sono formati questi lunghi canyon che ancora oggi caratterizzano la superficie del pianeta rosso? Sono frutto di fenomeni erosivi durati milioni di anni oppure nascono da eventi repentini e catastrofici? Secondo una nuova ricerca condotta dall’Università del Texas, ad Austin, il volume d’acqua che colmava i bacini marziani in alcuni casi era così alto da esondare dando vita a violenti fenomeni alluvionali che hanno scavato i canali marziani in tempi rapidissimi, anche nel giro di poche settimane.

Utilizzando le immagini ad alta risoluzione del satellite Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa, i ricercatori hanno esaminato la topografia di 24 crateri tra cui Jezero Crater, un potenziale sito di atterraggio della missione Mars 2020. I risultati suggeriscono che il meccanismo che ha plasmato il terreno di Marte, è simile in parte a quello che si verifica sulla Terra, quando i laghi arginati dai ghiacciai esondano. Ma sebbene le grandi inondazioni su Marte e sulla Terra siano governate dalla stessa meccanica, si adattano a diversi processi geologici. Sulla Terra il movimento lento e costante della tettonica a placche muta la superficie del pianeta gradualmente, da milioni di anni.

Su Marte invece, la mancanza della tettonica a placche implica che eventi catastrofici come le inondazioni o gli impatti di asteroidi, creino cambiamenti repentini.  Questo riguarda non solo il pianeta rosso ma tutti gli altri pianeti che non sono soggetti alla tettonica a placche. “Il paesaggio sulla Terra non conserva a lungo le tracce di grandi laghi antichi”, ha detto Caleb Fassett, scienziato Nasa. “Ma su Marte questi canyon sono lì da 3,7 miliardi di anni, un tempo molto lungo, e ci danno un’idea di quanta acqua scorreva sulla superficie del pianeta rosso in passato”.

A cura di Filomena Fotia  tratto da:  meteoweb.eu

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La nave mercantile greca risalente al 400 a.C. è il relitto intatto più antico del mondo

La nave mercantile greca risalente al 400 a.C. (Black Sea Maritime Archeology Project/EPA-EFE/Shutterstock)

I resti di una nave mercantile greca sono stati identificati come il più antico relitto intatto al mondo. Scoperta nel 2017 al largo della Bulgaria, la nave giace indisturbata sul fondo del Mar Nero da ben 2.400 anni.

 

La nave è lunga 23 metri e conserva ancora il suo albero, i timoni e i banchi per i rematori. Si trova a oltre 2 km di profondità nel Mar Nero, dove l’acqua è anossica (senza ossigeno) e può conservare materiale organico per migliaia di anni. «Una nave intatta del mondo classico, a una tale profondità, è qualcosa che non avrei mai creduto possibile», ha dichiarato il professor Jon Adams, a capo del Progetto di Archeologia marittima del Mar Nero (MAP). «Questo cambierà la nostra comprensione della costruzione navale e della navigazione nel mondo antico». «È come vedere un altro mondo», ha aggiunto l’archeologa Helen Farr. «Quando il ROV [sottomarino a comando remoto] è sceso in profondità e abbiamo visto apparire la nave, così ben conservata, è sembra di tornare indietro nel tempo. Ora è al sicuro, non si sta deteriorando ed è improbabile che attiri tombaroli».

Secondo i ricercatori si tratta di una nave mercantile greca, la cui tipologia finora era stata vista solo sulle antiche ceramiche greche come il ‘Vaso della Sirena’ nel British Museum. Il relitto era stato lasciato sul posto dopo la scoperta, solo un piccolo pezzo era stato rimosso per datarlo al radiocarbonio nei laboratori dell’Università di Southampton. I risultati l’hanno datato al 400 a.C., confermando che è il più antico relitto intatto noto all’umanità. In tre anni di ricerche, il programma MAP ha rinvenuto 67 relitti nel Mar Nero e scavato un insediamento dell’Età del bronzo presso la foce del fiume Ropotamo, in Bulgaria. All’epoca si trovava sulla costa, ma l’innalzamento del livello del mare ne portò l’abbandono, e oggi le sue vestigia si trovano a 2,5 metri sotto il fondo del mare. Alle missioni partecipa una squadra internazionale di archeologi, scienziati e ricercatori marittimi, le cui scoperte vanno da una flotta di incursori cosacchi del XVII secolo a navi commerciali romane e greche.

Il Vaso delle sirene, datato al 480-470 a.C., raffigura Odisseo e le sirene (The Trustees of the British Museum)

The Guardian
Università di Southampton
BBC

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tratto da: ilfattostorico.com

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