Isola Comacina, bella e maledetta

Storia dell’Isola Comacina, bella e maledetta, dove il tempo si è fermato nel 1169 D.C.: della sua tragica distruzione, che ha sancito la fine di una piccola ma importante civiltà fiorita su quella che è l’unica isola del Lario, lunga poco più di mezzo chilometro e larga circa 200 metri.

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Dopo che il ghiacciaio che aveva scavato il letto del Lago si ritirò, fra i fiumi e le paludi sarebbero sorte, nel fango e sui pendii, gruppi di palafitte, come testimoniato da alcune necropoli del X e XI Sec. A.C. scoperte a sud di Como.

Ma non mancano leggende mitologiche, secondo le quali Como, dopo la distruzione di Troia, sarebbe stata fondata dal troiano Antenore, o addirittura un secolo dopo il diluvio universale da un fantomatico discendente di Noè, Cocomero Gallio.

La tesi meno fantasiosa è quella di alcuni storici che sostengono che il Lario anticamente fosse soltanto un braccio dell’Adriatico e che su uno di questi strani fiordi fosse nato un abitato, sopra una piccola isola conosciuta come “Comacchia”.

Solo dopo la sua distruzione, i suoi abitanti, emigrati più a sud, avrebbero costruito due villaggi, Como e Vico, che si unirono più tardi per fondare la città di Como. Vera o no la leggenda, rimane il fatto che da alcuni scavi dei primi del 1900 sono stati rinvenuti alcuni resti archeologici che testimonierebbero l’importanza dell’Isola Comacina nell’antichità: fra questi, una costruzione non meglio identificata, presumibilmente un tempio o una villa romana, sui cui resti è sorta molti secoli più tardi la Chiesa barocca di San Giovanni.

Fu poi il Vescovo di Como, Sant’Abbondio, di ritorno da Costantinopoli, a fondare nel V secolo l’Oratorio di Sant’Eufemia, probabile Basilica Paleocristiana, organizzata in tre navate culminanti in tre absidi, di cui rimane ben poco, insieme ai resti della torre campanaria.

Durante la calata dei barbari, i comaschi più abbienti e timorosi si rifugiarono sull’isola, che divenne una sorta di baluardo della cristianità, tanto da contare ben cinque Chiese nella sua modesta superficie: è in questo periodo che l’isola viene chiamata “Cristopolis”, Città di Cristo o per altri storici “Crisopoli”, città d’oro.

L’abitato fortificato resistette a diversi assalti e fu occupato dai Longobardi nel 588, dopo anni di resistenza da parte degli abitanti, fedeli a Bisanzio, che vennero comunque rispettati dai nuovi invasori, così come dai Franchi di Carlo Magno, che subentrarono successivamente.

Nel VII Sec. il Vescovo di Como Agrippino la trasformò in sede episcopale, contribuendo a farne crescere la potenza e l’importanza economica, favorita anche dalla vicinanza geografica con la Via Regina (dal nome dalla Regina Teodolinda), che dalla Pianura Padana passando per Como, costeggiando la riva occidentale del Lario, permetteva il transito verso il Nord delle Alpi.
Durante la Guerra dei Dieci Anni fra Milano e Como (1118 – 1127), l’Isola Comacina, ansiosa di assumere il predominio sul Lario, si allea con Milano e partecipa al Sacco di Como, contestuale alla sua capitolazione, nel 1127.

E’ in quell’anno che il poeta Anonimo Cumano scrive la maledizione dell’Isola Comacina, fra le righe del suo Poema, che recita: “…isola, tu sarai dannata nei secoli”.

La maledizione si avvera in meno di mezzo secolo, dopo che la risorta Como non esita ad allearsi col Barbarossa, nemico della Lega Lombarda e sconfigge Milano nel 1162. Sette anni dopo, i comaschi riuscirono ad avere la meglio anche sull’isola, che venne rasa al suolo, incendiata e distrutta: l’anno 1169 segna la fine della storia dell’Isola Comacina e della sua autonoma Pieve.

I superstiti del massacro si rifugiarono sulla sponda lecchese del Lario, nell’abitato di Varenna, che ribattezzarono “Insula Nova”, a imperituro ricordo della perduta Patria: qui i comacini vennero accolti amichevolmente (Varenna, anch’essa alleata di Milano, era stata distrutta a sua volta dai comaschi nel 1126), contribuendo ad incrementare la popolazione del borgo, che in pochi anni divenne il paese più ricco del Lario.

I fatti del 1169 vengono rievocati ancora oggi ogni anno, il sabato e la domenica della settimana in cui cade il 24 giugno, festa di San Giovanni.
Il sabato sera ad Ossuccio, di fronte all’isola, 1.200 postazioni di sparo lanciano oltre dieci quintali di fuochi d’artificio ed il lago viene illuminato a giorno grazie anche a migliaia di “lumaghitt”, lumini galleggianti abbandonati sulle acque del Lario per far rivivere il dramma della fine della piccola comunità lariana.

Ma la Sagra di inizio estate rievoca anche una leggenda di quattro secoli più tardi, che narra dell’incontro di un contadino di Campo, di fronte all’isola, con un misterioso pellegrino affamato: il contadino non rifiutò di dividere col viandante il suo frugale pasto e lo straniero per sdebitarsi gli disse di recarsi sull’Isola Comacina e di scavare in un punto preciso.

Il contadino seguì il consiglio e trovò un meraviglioso paliotto marmoreo, con le sembianze del viandante, San Giovanni Battista. L’Oratorio barocco, che ancora oggi fa bella mostra di sé nel punto più alto dell’Isola, fu edificato proprio in seguito a tale miracolo, come Tempio dedicato al Battista.

tratto da: http://www.tanogabo.it/letture/Il_mostro_del_Lario.htm

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