Giordano Bruno martire del libero pensiero

testo di Aquila BiancaeNera

André Durand - Giordano Bruno al rogo

André Durand – Giordano Bruno al rogo

Giovedì mattina del 17 febbraio del 1600, “at ora nona”, “in Campo dei Fiori fu abbruggiato vivo quello scelerato frate domenichino da Nola”, “fratrem Jordanum”, da parte del boia della Corte Secolare, in esecuzione della sentenza, emanata il 20 del mese di Gennaio dello stesso anno, dalla “Congregatio Officii Sanctae Romanae et Universalis Inquisitionis”, presieduta dall’“Ill.mo et Rev.mo Robertus Franciscus Romulus, tituli Sanctae Mariae, in via presbiter, Cardinalis Bellarminus.  

Riportiamo copia del dispositivo finale della “sententiae latae contra fratrem Jordanum de Nola consignatum Ill.mo Gubernatori Urbis”, che si trova nei “Decreta S. Officii del 1600-1601”.

“…… Invocato dunque il nome di Nostro Signore Gesù Christo et della sua gloriosissima madre sempre vergine Maria, nella causa et cause predette al presente vertenti in questo Santo Offitio tra il Reverendissimo Giulio Monterenti, dottore di leggi, Procurator fiscale di detto Santo Offitio, da una parte, et te fra’ Giordano Bruno predetto, reo inquisito, processato, colpevole, impenitente, ostinato et pertinace ritrovato, dall’altra parte: per questa nostra diffinitiva sententia, quale di consiglio et parere de’ Reverendissimi Padri Maestri di Sacra Theologia et dottori dell’una e dell’altra legge, nostri consultori, proferimo in questi scritti, dicemo, pronuntiamo, sententiamo et dichiaramo te, fra’ Giordano Bruno predetto, essere heretico impenitente, pertinace (et ostinato), et perciò essere in corso in tutte le censure ecclesiastiche et pene (dalli sacri) Canoni, Leggi et Constitutioni, cosi generali come (particolari) tali heretici confessi, impenitenti pertinace et ostinati imposte; et come tale te degradiamo verbalmente et dechiaramo dover essere degradato, sì come ordiniamo et comandiamo che sii attualmente degradato da tutti gli ordini ecclesiastici maggiori et minori nelli quali sei costituito, secondo l’ordine dei sacri Canoni; et dover essere scacciato si come ti scacciamo dal foro nostro ecclesiastico et dalla nostra santa et immaculatata Chiesa, della cui misericordia ti sei reso indegno; et dover essere rilasciato alla Corte secolare, sì come ti rilasciamo alla Corte di voi monsignor Governator di Roma qui presente, per punirti delle debite pene, pregandolo però efficacemente che voglia mitigare il rigore delle leggi circa la pena della tua persona, che sia senza pericolo di morte o mutilatione di membro. Di più condanniamo, riprobamo et prohibemo tutti gli sopradetti et altri tuoi libri et scritti come heretici et erronei et continenti molte heresie et errori,ordinando che tutti quelli che si’hora si sono havuti, et per l’avenire verranno in mano del Santo Offitio siano publicamente guasti et abbrugiati nella piazza di San Pietro, avanti le scale, et come tali che siano posti nel Indice de’ libri prohibiti, sì come ordiniamo che si facci”.

Per cercare di comprendere i motivi per i quali il frate Giordano Bruno da Nola è stato ritenuto “essere heretico impenitente, pertinace (et ostinato)”, è necessario non solo ripercorrere brevemente i tratti salienti della sua vita, ma particolarmente esaminare i punti chiave della sua concezione filosofica.

giordano_bruno_01     Filippo Bruno nacque a Nola nel gennaio o febbraio 1548, forse unico figlio del militare, l’alfiere Giovanni  e di Fraulissa Savolina. Fu inviato a Napoli per i suoi studi di lettere, logica e dialettica, e, a diciassette anni compiuti,  divenne domenicano con l’ingresso in San. Domenico Maggiore, ove assunse il nome di Giordano. Finito l’anno di noviziato, decise di proseguire gli studi di filosofa  e di teologia nello stesso convento, ove nell’anno 1573 venne ordinato sacerdote,  e,  successivamente, nell’anno 1575,  conseguì il lettorato o laurea in teologia.

In questi primi anni della sua formazione non sembra, almeno dalle poche fonti biografiche disponibili, che il Bruno abbia avuto interessi culturali diversi da quelli istituzionali, filosofia e teologia; ciò non toglie però ritorni e approfondimenti sulle tematiche studiate prima di entrare in convento , ovvero le famose arti liberali del trivio: grammatica, retorica, dialettica (artes sermocinales), e del quadrivio: aritmetica, geometria, musica, astronomia (artes mechanicos), risalenti al mondo classico; le conoscenze relative all’averroismo, ricevute dal sarnese Gian Vincenzo Colle, e le conoscenze neoplatoniche ricevute dall’agostiniano Teofilo da Vairano.

Ma, nell’applicarsi agli studi di filosofia e di teologia cominciano ad emergere alcune contraddizioni che, per il momento, non riguardano i rapporti tra la scienza e la fede, ma quelli tra la filosofia e la teologia. Bruno comincia a notare che vi è differenza tra la propria concezione filosofica in formazione e gli insegnamenti che gli vengono ammanniti in convento.

In maniera più esplicita, in questa fase, il pensiero di Bruno guarda con entusiasmo alla riforma erasmiana, condannata dalla Chiesa fin dal 1559, che consisteva in una sintesi  tra i valori del mondo classico e la riscoperta del cristianesimo delle origini; sintesi che del resto era già al centro dei propositi dei filosofi umanistico-rinascimentali e neoplatonici, come ad esempio Niccolò Cusano, Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Al contrario, guarda con una certa diffidenza al pensiero tomistico (dal latino medievale Thomas = Tommaso) e filo aristotelico di San Tommaso, il quale sosteneva che “pensiero e ragione si possono conciliare, anzi, la ragione serve agli esseri umani per interrogarsi anche su alcuni enigmi della fede. Lo scopo della fede e della ragione è lo stesso, se poi la ragione si trova in contrasto con la fede deve cedere a questa” e che l’universo era “unico e finito”.

Per Bruno, il pensiero di San Tommaso, che i suoi professori seguono nei loro insegnamenti nei corsi di filosofia e di teologia, non è sufficiente per affrontare i problemi posti dalla cultura e dalla sensibilità del suo tempo, sull’uomo, sulla natura e sull’universo. Il suo pensiero guarda con attenzione alla filosofia di Bernardino Telesio (1509-1588) e alla magia naturale di Giambattista Della Porta. Infatti egli si scontra con il maestro dei “novizi”, sulla lettura proibita delle opere di S. Giovanni Crisostomo e quelle di S. Girolamo con annotazioni  messe a margine da un lettore qual’era Erasmo da Rotterdam.

Questo episodio mostra già un Giordano Bruno che comincia ad avere un suo pensiero autonomo, che confligge con quello ufficiale, ma egli non giungerà comunque alla rottura esterna con le istituzioni se non alla fine della sua permanenza nel convento napoletano. Al contrario, sul piano interiore, la rottura si era consumata, stando alla confessione che egli stesso rilascerà ai giudici veneziani, dicendo che  “a diciotto anni aveva avuto dubbi e opinioni eterodosse sulla Trinità e il concetto di persona in essa compreso, anche se li aveva tenuti per sé”.

Comunque, per quanto riguarda gli anni della sua formazione, non pare che Bruno propenda per una posizione del tutto nuova nella filosofia naturale quale, per esempio, quella che si richiamava a  Copernico. Ne dà conferma in un dialogo della “Cena delle Ceneri” (1584) quando scrive: “Quando ero putto ed a fatto senza intelletto speculativo, stimai che creder questo era una pazzia; e pensai che fusse stato posto avanti da qualcuno per una materia sofistica e capziosa ed esercizio di quelli ociosi ingegni, che vogliono disputar per gioco e che fan professione di provar e defendere che il bianco è nero”.

Lo ribadirà sette anni più tardi nel “De immenso” (1591): “Heic te appello…, generose Copernice, cuius pulsarunt nostram teneros monumenta per annos mentem, cum sensu ac ratione aliena putarem quae manibus nunc attrecto, teneoque reperta…”. “Ora, ti invoco, o Copernico, i cui insegnamenti pulsarono nella mia mente durante gli anni giovanili, quando li ho ritenuti privi di senso e di ragione, e ora li tocco con le mie mani e li riscopro”.
In sostanza, il cammino giovanile di Bruno, se da una parte lo mette sulla strada che lo porterà a scontrarsi con la fede, dall’altra, egli non possiede ancora tutti gli appigli culturali necessari per porsi in contrasto con la stessa sui problemi di scienza.

I problemi scientifici faranno sentire il loro peso man mano che la sua visione filosofica maturerà ed egli allargherà gli orizzonti della sua ricerca. Questo accadrà dopo la sua partenza da Napoli che risale al febbraio del 1576.

La sua “peregrinazione”, in Italia e in Europa, durerà dal febbraio del 1576 al 23 maggio 1592. E proprio durante i soggiorni nelle varie città europee egli pubblicherà gli scritti da cui emerge il suo pensiero ormai ben delineato e definito.

Dalla sua produzione filosofica e metafisica emergono due dati incontestabili: a) la necessità e, quindi, il dovere di presentare la vera concezione dell’universo, una concezione metafisica globale e radicale, molto diversa da quella tradizionale aristotelica, in cui è vero che Dio rimane al primo posto, ma quasi tutto il resto ne subisce un nuova sistemazione; b) di indicare agli uomini la vera strada da seguire.

Un arduo progetto se teniamo conto che egli opera nella seconda metà cinquecento, quando ormai la Controriforma religiosa consolidata ufficialmente con il Concilio di Trento, aveva steso i suoi tentacoli su tutte le branche del sapere e della conoscenza, con il ripristino della Congregazione della Sacra Romana e Universale Inquisizione o Sant’Uffizio, creata nel 1542 da papa Paolo III, conl’Indice dei libri proibiti, creato nel 1559 per opera della stessa Congregazione, e con laCompagnia di Gesù, fondata da S. Ignazio di Loyola nel 1534 e ufficialmente riconosciuta dalla stesso Palo III con la bolla Regimini militantis.

L’universo è, per Bruno, una realtà ombra, prodotta da Dio, che opera fuori dal tempo e dallo spazio e di per sé resta inaccessibile all’uomo: “Or contempla il primo e ottimo principio, il quale è tutto quel che può essere, e lui medesimo non sarebbe tutto se non potesse essere tutto; in lui, dunque,l’atto e la potenza son la medesima cosa”.

Non è cossì nelle altre cose, le quali, quantunque sono quello che possono essere, potrebbono però non essere forse, e certamente altro, o altrimente che quel che sono; perché nessuna altra cosa è tutto quel che può essere. Lo uomo è quel che può essere, ma non è tutto quel che può essere…Quello che è tutto che può essere, è uno, il quale nell’essere suo comprende ogni essere. Lui è tutto quel che è e può essere qualsivoglia altra cosa che è e può essere”.

Da questo brano del “De Causa principio et uno”, emerge la netta distinzione tra e Dio e l’universo, ma ciò non impedisce a Bruno di concepire Dio libero e necessitato allo stesso tempo e di vedere nell’universo l’“effetto infinito di una causa infinita”. “chi mette Dio haver prodotti effetti finiti, dirà poi agli inquisitori romani, non lo presuppone se non come causa finita et virtù finita”.

L’universo, distinto da Dio, non è una realtà morta, bensì è una realtà viva in tutte le sue parti, “la vita penetra tutto”, ma esso è soggetto a una costante e ininterrotta “vicissitudinale” mutazione, in cui niente ritorna quello che era in precedenza. In tale universo però Dio è presente direttamente anche se non si manifesta direttamente; Egli è presente tramite la sua ombra, che come abbiamo detto sopra, è la natura infinita e animata, che è per Bruno l’unico oggetto di speculazione del filosofo.

Giordano_Bruno _PietrasantaLa natura, così concepita, ha per Bruno i caratteri dell’omogeneità e dell’unità. L’omogeneità e l’unità permettono agli uomini di pensiero di conoscerla, ripensarla e influenzarla nel suo insieme. Da tutto questo ragionamento derivano la concezione della filosofia naturale, la mnemotecnica e la magia. L’infinità gli consente invece di parlare di infiniti mondi e infine, il processo di “vicissitudinale” mutazione gli consente di negare, nel caso dell’uomo, il concetto di persona e di parlare di trasmigrazione delle anime. Com’è evidente la concezione aristotelica dell’universo è completamente rovesciata.

Ma non solo. Bruno è anche convinto che l’intera visuale ebraico-cristiana abbia corrotto la verità offerta dalla  natura, che, invece, fu compresa meglio dagli antichi Egizi, dall’ermetismo e dalla cabala ebraica. Questi, con la loro visuale magica delle cose, ebbero il merito di vedere costantemente le impronte del divino nella natura.

Il cristianesimo, invece, anche quello di matrice protestante, ha deformato la concezione dell’universo, perché ha fatto dell’uomo un essere passivo rispetto a Dio, che d’altronde non si può congiungere con l’uomo, e l’uomo non può congiungersi con Dio, per l’impossibilità metafisica di valicare la distanza tra l’infinito e il finito. In altri termini per Bruno la religione è un elemento fondante della convivenza umana, purché essa sia naturale, senza dogmi e tollerante.

Questa concezione dell’universo si riflette non solo sul piano filosofico teologico, ma anche sul piano scientifico, perché, prima ancora di Galileo, Bruno mette in discussione il mondo fisico aristotelico-tolemaico, che poneva la Terra immobile al centro di tutto il sistema cosmico. Per essere più espliciti Bruno rifiuta nettamente l’idea che l’universo risulti dall’insieme di tante sfere concentriche: da quella della luna, la più bassa, a quelle del sole, dei vari pianeti, delle stelle fisse, del cielo cristallino, o nona sfera, e, allo stesso tempo, rigetta la differenza tra il mondo sublunare, soggetto alla generazione e alla corruzione, che sarebbe il nostro mondo, e quello incorruttibile delle sfere superiori.

Il mondo fisico concepito da Bruno non ha più confini, anzi è  infinito, si colloca in uno spazio infinito, comporta una infinità di soli e di pianeti, è pluricentrico, non ammette differenze tra zone corruttibili e zone incorruttibili, è omogeneo nelle sue varie parti, è soggetto a mutamenti continui, e soprattutto non risulta più costituito dalla Terra posta al centro dell’universo insieme con l’uomo che in essa vi abita.

Bruno è convinto che una concezione dell’universo così innovatrice avrebbe suscitato le perplessità, se non addirittura l’avversione dei teologi e dei biblisti più tradizionali, i quali immancabilmente avrebbero visto in tale ribaltamento anche il sovvertimento di una serie di credenze fino allora comuni e care ai fedeli, e, pertanto, si sforza di spuntare le armi dei suoi avversari, dicendo che nella Bibbia non andavano ricercate verità scientifiche ma solo verità attinenti la fede e la morale.

Infatti, nella Cena delle ceneri scrive: “Hor, quanto a questo, credetemi che, se gli dèi si fussero degnati d’insegnarci la theorica delle cose della natura, come ne han fatto favore di proporci la prattica di cose morali, io più tosto mi accostarei alla fede de le loro revelationi, che muovermi punto della certezza de mie raggioni et proprii sentimenti. Ma, come chiarissimamente ogn’uno può vedere, nelli divini libri, in servitio del nostro intelletto, non si trattano le demostrationi e speculationi circa le cose naturali, come se fusse philosofiama, in gratia de la nostra mente et affetto, per le leggi si ordina la prattica circa le attioni morali. Havendo dunque il divino legislatore questo scopo avanti gl’occhii; nel resto non si cura di parlar secondo quella verità, per la quale non profittarebbono i volgari per ritrarse dal male et appigliarse al bene; ma di questo il pensiero lascia a gl’huomini contemplativi, e parla al volgo di maniera che, secondo il suo modo de intendere et di parlare, venghi a capire quel ch’è principale”.

Giordano_Bruno_Campo_dei_FioriQuesto stralcio di un “dialogo” della “Cena delle Ceneri” evidenzia la famosa distinzione bruniana tra le leggi morali e la verità scientifica, così come la intendiamo oggi. Per il solo fatto però che Bruno attribuisca le prime solo ai saggi (ai filosofi) e le altre ai teologi per imbonire il popolo, La Chiesa ha giustamente pensato che Bruno intendeva negare la dignità scientifica della  teologia, che di fatto verrebbe ad assumere una valenza del tutto politica. In altre parole, Bruno non fa una semplice distinzione di competenze, fino allora più o meno inesistente, ma attribuendo dignità scientifica alla solafilosofia naturale, in pratica alla sua filosofia, di fatto indebolisce il valore della teologia e, quindi, quello della fede.

Abbiamo voluto sottolineare solo i nuclei portanti della sua filosofia per dire che Bruno è stato condannato a morte Dalla Chiesa di Roma per un reato che il nostro codice penale contempla come reato di opinione, ma al tempo in cui egli è vissuto non poteva non essere che un reato di eversione dell’ordine religioso e politico costituito.

Ci preme ancora dire che la storia del genere umano non è stata sempre chiara, come gli intellettuali, organicamente legati al potere, sia religioso che politico, ci hanno sempre descritto e continuano tuttora a descriverci. Essa, al contrario, è costellata da tantissime nebbie, nelle quali navigano, in modo indistinguibile, credenze ed opportunismi, religioni e poteri politici, ideologie e convinzioni scientifiche.

Non dobbiamo illuderci che coloro che professano fedi assolutistiche di varia natura siano in buona fede. È molto probabile che dietro i loro credi vi siano utilità e interessi del tutto personali. E, particolarmente nell’era della comunicazione in tempo reale, non dobbiamo dimenticare mai che chi pratica una fede assoluta condiziona fortemente il comportamento sociale in maniera molto maggiore di quella magia o scienza propugnata dalla conoscenza relativa o scientifica.

Non a caso la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, da religione quale avrebbe dovuto essere, già a partire dal quarto secolo dopo Cristo (Primo Concilio di Nicea) si è trasformata in organizzazione politica e statale, inventando il concetto di eresia per meglio tutelare l’intangibilità della sue fondamenta e della sua architettura. In questo modo il suo potere politico, non spirituale, ha sfidato i millenni. In tali sistemi politici e religiosi l’intolleranza diviene la vera forza del potere. Bruno provò a demolire i pilastri portanti di questa struttura è, purtroppo, rimase schiacciato.

Per questo motivo, non dobbiamo ammainare mai la bandiera della Libertà, della Fraternità e dell’Uguaglianza e, in particolar modo, quella della Tolleranza: “non condivido le tue idee ma darei la vita affinché tu possa esprimerle”.

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