di Simone Valesini

È un geologo 31enne dell’università di Bologna, che nel 2013 ha scoperto in Venezuela il più antico sistema di grotte esplorabili del pianeta. Per il Time, è uno dei 10 Next Generation Leaders del 2016

(Credits: F. Lo Mastro/La Venta)

(Credits: F. Lo Mastro/La Venta)

Nato e cresciuto a Padova. Diploma classico e passione per la speleologia. Una laurea triennale e una magistrale in geologia, quindi un dottorato e un contratto con l’università di Bologna (ovviamente scade quest’anno, poi, come per molti colleghi, si vedrà). Un pedigree tutto sommato normale quello di Francesco Sauro, se non fosse per un piccolo particolare: la scoperta del secolo. Le grotte di Imawarì Yeuta, sotto l’altopiano di Auyántepuí, in Venezuela: semplicemente, il più antico sistema di grotte esplorabili del pianeta, individuato ed esplorato per la prima volta da una spedizione diretta da Sauro nel 2013. Un risultato invidiabile per un giovane ricercatore italiano, tanto da fruttargli un posto nella classifica dei 10 next generation leaders del 2016, la lista dei giovani che potrebbero cambiare il mondo secondo il Time. Wired ha chiesto a Saura di raccontarci come nasce la sua grande scoperta, e i piani per il futuro.

Nessuno pensava che sotto quegli altopiani del Venezuela potessero esistere delle caverne.

Come avete avuto l’intuizione di andarle a cercare?

“Il progetto nasce con La Venta, un’associazione di ricerche geografiche di cui faccio parte da 10 anni, e di cui oggi sono vicepresidente. I massicci di quella Zona del Venezuela hanno la particolarità di essere costituiti al 90% di quarzo: una roccia non solubile, e in cui si riteneva quindi impossibile la formazione di grotte. Un’indicazione diversa però arriva dalle legende della zona. Per gli indigeni si tratta di montagne sacre, tanto che i bambini non possono neanche guardarle direttamente. Nella tradizione vi abitano infatti gli spiriti, maligni e benigni, che si pensa risiedano in grotte sotterranee e ne escano per portare la pioggia, o qualche calamità. Questi, e altri, indizi, ci hanno insospettito, e osservando le rilevazioni satellitari dell’area ci siamo convinti, e alla fine siamo riusciti a individuare una zona promettente. Abbiamo quindi esplorato l’area, e trovato un ingresso”.

È stato difficile esplorare le caverne?

“Raggiungerle a piedi è letteralmente impossibile: si trovano su un altopiano attraversato da crepacci, e protetto da pareti di roccia scoscese, che nessun essere umano ha probabilmente mai esplorato. Ci siamo arrivati in elicottero, e siamo stati fortunati. Abbiamo trovato un ingresso provocato da un collasso, che ha aperto una voragine di cento metri che permette di entrare facilmente nel complesso di caverne, calandosi. È quello che abbiamo fatto, e ci siamo trovati di fronte ad un intero mondo sotterraneo: oltre 23 chilometri di tunnel scavati sotto all’altopiano, con gallerie piuttosto ampie e quindi l’esplorazione è tutto sommato semplice. Ma si tratta di grotte che hanno tra i 50 e i 70 milioni di anni, e sono quindi un’autentica miniera d’oro per la scienza”.

Che genere di scoperte vi hanno permesso di fare?

“Io sono un geologo, e mi sono occupato di questo: per il mio dottorato ho utilizzato i rilievi effettuati nelle grotte per cercare di risolvere il mistero della loro origine, teoricamente impossibile. Alla fine, la soluzione si è rivelata di una semplicità disarmante: il responsabile è il tempo. Il quarzo infatti è una roccia resistente, ma parlimo di montagne antichissime, molto più delle alpi o degli appennini. E nel miliardo e seicento milioni di anni trascorsi dalla loro formazione, anche una roccia dura come il quarzo finisce per essere scavata. Questa è una scoperta importante, perché apre una nuova frontiera dell’esplorazione di antichissimi complessi simili, in Sud America ma anche in Australia. Il mondo minerale che abbiamo trovato inoltre è particolarissimo, e si è formato dall’interazione con i batteri che abitano queste caverne, mai entrati in contatto con l’uomo. Abbiamo scoperto anche un nuovo minerale: la rossiantonite, dedicata alla memoria di uno storico professore dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Anche dal punto di vista biologico poi è un ambiente preziosissimo, ricco di quarzo e con pochissima luce, più simile alla Terra primordiale che alla nostra. Per questo, può aiutarci a capire meglio anche l’origine della vita sul nostro pianeta”.

E oggi di cosa vi occupate? Ci sono nuove scoperte all’orizzonte?

“Negli ultimi anni sono tornato diverse volte nelle grotte di Imawarì Yeuta, per portare avanti le mie ricerche. Con La Venta abbiamo portato avanti anche una serie di nuove spedizioni in regioni completamente diverse. Ma non posso rivelare altro perché è top secret fino a novembre, quando riveleremo le nostre scoperte. Quello che posso raccontarvi però è il mio prossimo progetto: esplorare le grotte dei vulcani delle Galapagos. Anche lì, non tutti sono convinti che sia possibile. Ma noi vogliamo andare a cercare l’ingresso delle grotte nei vulcani attivi delle isole, come il Wolf che ha eruttato solo lo scorso anno, per studiare l’interno dei lava tube, grotte molto particolari che vengono scavate dalla lava”.