Meditazione sulla solitudine
Senza la pretesa di esprimere concetti sulla cui profondità si potrebbero scrivere pagine e pagine, concordo sulla "bellezza" della solitudine. Stare "soli" ha aspetti di grande gratificazione perché il confronto dei pensieri è solo con se stessi. Naturalmente come in tutte le cose la solitudine assoluta non è una cosa buona (non farei mai la vita dell’eremita); ma un giusto equilibrio di socialità e di periodi di quiete interiore con se stessi è fondamentale. Se non avessimo i nostri momenti di solitudine saremmo esasperati e schiacciati da eventi che finiremmo con il subire e non gustare.
Forse è per questo che amo la notte, intesa come momento in cui tutto (o quasi) si ferma e posso ritagliarmi angoli di tranquillità.
(Pegaso)


UN CHIOSTRO 
 
Un chiostro è il mio cuore
ove tu scendi a sera
io e Te soli
a prolungare il colloquio.
Di domenica vorremmo creare una sorta di oasi per i nostri lettori. Forse è a sera che riescono a riprendere in mano il giornale, dopo le ore trascorse fuori città, e in quel momento ecco la possibilità di un piccolo spazio di silenzio, soli con se stessi. I pochi versi di p. David M. Turoldo, che una lettrice milanese ha posto alla fine di una sua lettera, mi sembrano emblematici. L’immagine è quella del chiostro, ma perde la sua pur affascinante esteriorità e si trasforma in una parabola del dialogo tra Dio e l’uomo o la donna che si compie all’interno del cuore, la vera clausura dell’anima.
Come nel giardino dell’Eden il Creatore scendeva a passeggiare mentre spirava la brezza serale (Genesi 3, 8) per incontrare la sua creatura, così anche noi dovremmo sentire i suoi passi che avanzano senza rumore, eppur percepibili nel crepuscolo. Abbiamo bisogno, almeno per pochi minuti, di questa intimità con Lui e con noi stessi. Una battuta ascetica tradizionale affermava che la solitudine è la dieta dell’anima che si libera dall’obesità delle chiacchiere, delle immagini, degli incontri, delle vanità e ritrova l’agilità per dirigersi verso la profondità, il mistero, l’intimità. Un altro poeta a me molto caro, l’austriaco Rainer M. Rilke, scriveva: «Una cosa sola ci è necessaria: la solitudine, la grande solitudine interiore. Andare in se stessi e non incontrarvi chi ti distrae. A questo bisogna arrivare: essere soli come solo è il bambino».
Gianfranco Ravasi (da avvenire.it)


Condivido pienamente il concetto di solitudine espresso da Gianfranco Ravasi e dal poeta austriaco.
Dovendo affidare alla mia mente analitica l’espressione della mia solitudine mi accorgo di non avere le parole giuste per esprimerla efficacemente.
Eppure la solitudine è stata sempre una mia costante compagna di vita, è un’esperienza personale, interiore, difficilmente spiegabile a parole.
Questa società attribuisce falsi valori alle relazioni interpersonali.
Una volta il concetto di gioia e di salute psichica non era necessariamente legato alla qualità delle relazioni umane, oggi invece pare che tutto ruoti attorno ad esse, che tutte le insoddisfazioni derivino dall’incapacità di mantenerle e di conseguenza, chi non le ha viene qualificato nevrotico. Non credo  che soddisfacenti rapporti fra le persone siano la sola fonte di felicità umana. La soddisfazione di sé proviene prima di tutto dalla propria interiorità, che la solitudine aiuta ad individuare e a comprendere.
La persona che vive la solitudine sa che non esistono valori assoluti e giunge all’area del sacro, del mistero, dove non esiste più ciò che è giusto e ciò che non lo è. Ovviamente questi atteggiamenti spaventano chi governa la società, perchè mette in discussione le consuetudini consolidate.

Oggi noi ci troviamo ad affrontare una realtà sempre in movimento, imprevedibile, contraddittoria, dove ognuno di noi  deve saper costruire dentro di sé una ferma convinzione e la capacità di interpretare il significato di ciò che accade  e lasciare un giusto spiraglio ai concetti che riguardano il mondo esterno. Diversamente non si potrebbero svolgere opere di ecumenismo, scomparirebbero le tanto benefiche Opere di Misericordia Spirituale e Corporale e l’uomo si ridurrebbe a semplice anacoreta.
Cettina