Darwin e Miller – Due teorie a confronto

C. Darwin e G. Miller -Teorie a confronto

Probabilmente si è sempre creduto che Charles Darwin sia stato un raro esempio di scienziato capace di fare scuola già tra i propri contemporanei. L’idea che i più hanno di lui è quella del grande genio che formula una sola teoria rivoluzionaria che non tarda a suscitare entusiasmi e ostilità già all’epoca della sua comparsa. Charles Darwin fu un genio incompreso che spese un tempo molto limitato della sua vita di scienziato per la celebre “teoria della selezione naturale”, e scrisse viceversa saggi ben più estesi e documentati per formulare e suffragare un’altra teoria, la “teoria della selezione sessuale” che in vita gli valse solo indifferenza se non irrisione.

Sir Charles era ossessionato dalla coda del pavone. Perché mai l’evoluzione di questo pennuto avrebbe dovuto far sviluppare una ingombrantissima coda con simmetrie di occhi rutilanti tra cangianti damaschi? Che vantaggio avrebbe mai potuto trarne dal punto di vista della sopravvivenza rispetto a ipotetici pavoni che avessero sviluppato livree più dimesse e funzionali? E perché mai l’usignolo non tace la notte anziché comporre sinfonie utili solo a farlo individuare dai suoi predatori? O perché similmente il tucano non ha scelto un bel becco dal mimetismo criptico?

Partendo da questi e altri esempi che sembrano negare la selezione naturale, Darwin formulò una seconda teoria nella quale la pressione selettiva era fornita non già dalla capacità di sopravvivenza dell’individuo quanto dalla competizione per l’accoppiamento, dove maschi vanesi sfilano in passerella di fronte a esigenti giurie femminili.

Teoria inammissibile per l’epoca vittoriana e l’imperante maschilismo, la teoria della selezione sessuale dovrà attendere la fine del novecento per essere accettata pienamente dalla scienza ufficiale ed è oggi accreditata a pieno titolo dagli evoluzionisti come il meccanismo evolutivo capace in tempi molto più rapidi della selezione naturale di far sviluppare nelle specie i caratteri morfologici, estetici, comportamentali, attitudinali manifestamente inutili se non controproducenti dal punto di vista della sopravvivenza.

Tali caratteri, sono “indicatori di fitness” ovvero cartine di tornasole per la verifica del corredo genico dell’individuo e hanno spesso il carattere di un deliberato spreco biologico, di un lusso inutile proprio perché nel corteggiamento si possa stupire la partner con una spregiudicata esibizione di caratteri che solo l’esemplare in ottima salute può permettersi nella lotta per la sopravvivenza, un po’ come un inutile ma costoso anello di diamanti serve a lasciar presumere nel conto in banca ben maggiore opulenza.

Geoffrey Miller parte da Darwin ma si spinge coraggiosamente oltre sostenendo la tesi secondo la quale lo stesso cervello umano altro non è che una sofisticatissima “coda di pavone”. Così come l’usignolo è tra tutti gli animali quello capace dei canti più melodiosi, perché il suo corteggiamento è stato ritualizzato in un’agguerrita competizione canora, così l’uomo altro non è che quel particolarissimo animale che ha sviluppato la capacità del linguaggio perché ha ritualizzato il proprio corteggiamento mediante la comunicazione simbolica verbale.

Miller ipotizza descrittivamente una savana del pleistocene nel giorno in cui un ominide e una ominide svoltarono dalla linea evolutiva dei grandi primati antropomorfi semplicemente corteggiandosi a parole e diedero vita a quel processo evolutivo che in tempi rapidissimi portò al raddoppiamento del volume del cervello della nostra specie. Il cervello dell’uomo che pure ha senz’altro rappresentato un ottimo aiuto per la sopravvivenza dei nostri antenati, sarebbe quindi in realtà un hardware che l’uomo riprogramma per gli usi più disparati ma che la natura ha costruito a soli fini di corteggiamento.

Miller porta a suffragio della sua teoria. L’arte figurativa, la musica, la scrittura ma anche la bontà, l’altruismo, gli sport rischiosi e finanche l’umorismo e la tendenza alla superstizione e alla religiosità piuttosto che alla razionalità ,sono caratteristiche esclusive del genere umano che trovano spiegazioni tutt’altro che forzate se lette nel contesto della linea evolutiva seguita dal cervello umano sotto la pressione della selezione sessuale.

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Charles Robert Darwin (Shrewsbury, 12 febbraio 1809 – Londra, 19 aprile 1882) è stato un biologo, geologo, zoologo e botanico britannico, celebre per aver formulato la teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale di mutazioni casuali congenite ereditarie (origine delle specie), e per aver teorizzato la discendenza di tutti i primati (uomo compreso) da un antenato comune (origine dell’uomo). Pubblicò la sua teoria sull’evoluzione delle specie nel libro L’origine delle specie (1859), che è rimasto il suo lavoro più noto. Raccolse molti dei dati su cui basò la sua teoria durante un viaggio intorno al mondo sulla nave HMS Beagle, e in particolare durante la sua sosta alle Isole Galápagos.

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Geoffrey F. Miller (nato nel 1965), Professore Associato di Psicologia presso l’ University of New Mexico, Miller si è un laureato 1987 della Columbia University, dove ha conseguito una laurea in biologia e psicologia. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Cognitive Psychology presso la Stanford University nel 1993, divenuto Senior Research  Fellow, Centre for Economic Learning and Social Evolution, University College of London  dal 1996 al 2000, attualmente Professore Associato,al Genetic Epidemiology Group,del Queensland Institute of Medical Research,a  Brisbane, Australia. Tra i suoi studi  più signitificativi  citiamo “Uomini, donne e code di pavone la selezione sessuale e l’evoluzione della natura umana” e  “L’imprevedibilità della natura umana contro la psicologia evoluzionistica”

di C.Acerbi-elab.g.m.s.

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