Cobalto: inchiesta del Washington Post fa tremare i grandi brand

Quanto volete spendere per il vostro prossimo smartphone? Immagino il meno possibile, la risposta è quasi scontata soprattutto di questi tempi, con i modelli più economici che si sono rivelati all’altezza delle aspettative di un utente medio. Ma vi siete davvero mai chiesti quali siano i compromessi che i grandi brand fanno per tenere bassi i prezzi?

A dare una risposta più che esauriente ci ha pensato il Washington Post, con il loro ultimo reportage dal Congofirmato Todd C. Frankel stanno facendo tremare i big della Silicon Valley. La storia è di quelle che lasciano il segno, soprattutto con la consapevolezza che i brand interessati ‘macinano’ miliardi su miliardi e avrebbero, senza molti dubbi, il potere di cambiare le cose.

Per risalire la filiera bisogna andare in Congo e farsi un’idea di quanto questo paese, e le sue risorse naturali, siano di fondamentale importanza per il mondo dell’high-tech. Proprio dal Congo arriva infatti più della metà del cobalto estratto in tutto il mondo, un materiale fondamentale per la realizzazione delle batterie agli ioni di litio che danno energia ai nostri smartphone, PC e automobili di nuova generazione.

Il Post ha risalito tutti i gradini del percorso del cobalto fino ad arrivare alla radice, mostrando una dolorosissima realtà fatta di circa 100 mila minatori di cobalto che nel solo paese centrafricano scavano ogni giorno a mani nude pur di portare qualche roccia ‘ricca’ nei punti di raccolta. Lo fanno calandosi giù per buche improvvisate, con martello, scalpello e sacche di raccolta, a piedi scalzi, senza alcuna regola di sicurezza che possa salvaguardarli dai frequenti incidenti. E lo fanno per poco o nulla, 2 o 3 dollari in un giorno buono.

Il reportage non mette in luce soltanto la triste realtà di queste persone, costrette ad ingegnarsi minatori pur di comprare lo stretto necessario da poter metter in tavola la sera, ma fa anche i nomi precisi dell’organizzazione che sfrutta questa assurda pratica. I punti di raccolta della zona di Kolwezi fanno tutti capolino alla Congo DongFang International Mining, branca di una delle principali produttrici di cobalto al mondo, la Zhejiang Huayou Cobalt, per anni fonte di approvvigionamenti per i più grandi produttori di batterie del pianeta. Batterie che in passato sono state poi utilizzate all’interno di dispositivi noti come gli iPhone di Apple.

La casa di Cupertino, interrogata sulla questione, ha stimato tramite la senior director Paula Pyers che all’interno dei loro device si trova soltanto il 20% del cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt, confermando che in futuro il controllo della catena di approvvigionamento verrà aumentato. La Pyers ha anche assicurato che Apple lavorerà con la produttrice cinese in questione per eliminare qualsiasi sfruttamento.

Ma Apple non è la sola, LG Chem, tra le principali produttrici di batterie al mondo ha usato il cobalto proveniente dal Congo in passato e dichiarato al Post di aver interrotto l’acquisto dallo scorso anno. La Samsung SDI, interrogata sulla questione, pare aver avviato una indagine interna per avere maggiori informazioni, ma da ciò che emerso il cobalto che acquistano in Congo non proviene dalla Huayou.

Ancora adesso il 60% del cobalto estratto in tutto il mondo arriva dal Congo, un paese pervaso da povertà e corruzione che attira le attenzioni delle compagnie straniere per le sue ricche riserve naturali di materiali preziosi. Sappiamo quanto le multinazionali tengano al termine conflict-free, ovvero sottolineare che gli elementi utilizzati per la realizzazione dei prodotti non provengano da zone di guerra o milizie non riconosciute.

Ma il cobalto non fa parte dei minerali rari sotto tale controllo, come avviene invece per il tungsteno, tantalio e oro, ma qualcuno sta già spingendo affinché anche il cobalto entri nella lista ed Apple si è subito detta pronta a supportare l’iniziativa. Una regolamentazione sui metodi di approvvigionamento è estremamente necessaria, anche perchè la domanda di cobalto è in crescita esponenziale. Si tratta del componente più costoso tra quelli che si trovano all’interno di una batteria agli ioni di litio, con il prezzo che nell’ultimo anno è salito da 20 mila a 26 mila dollari per singola tonnellata.

La domanda pare sia triplicata negli ultimi 5 anni, e la Benchmark Mineral Intelligence stima che raddoppierà ulteriormente per il 2020. A dare una spinta alle richieste il settore automobilistico, le grandi batterie delle auto elettriche ‘ecologiche’ contengono infatti dai 4.5 ai 9 kg di cobalto, con punte di 15 kg.

Decisamente più contenute le quantità di cobalto mediamente presente negli smartphone, dai 5 ai 10 grammi, ma qui i numeri vanno moltiplicati all’inverosimile visto che le stime di vendita parlano di oltre 1.5 miliardi di unità vendute nel solo 2016 ancora in corso. Poco più ne troviamo invece nelle batterie dei notebook, di media sono 28 grammi, ma anche in questo caso bisogna moltiplicare per svariate decine di milioni di unità l’anno.

E quindi smartphone e notebook più sottili, maggiore autonomie e auto con range d’uso in continua crescita, tutto grazie alle batterie agli ioni di litio. Ma questi vantaggi si pagano, o meglio, li pagano a caro prezzo i migliaia di cosiddetti ‘creuseur’, minatori improvvisati che la filiera ben accetta per tenere bassi i costi di approvvigionamento. A questo punto non ci stupisce più di tanto la conferma che tra questi circa 100 mila lavoratori ci siano anche tantissimi bambini, come detto al Post dallo stesso governatore provinciale Richard Muyej. Secondo l’UNICEF nel 2012 c’erano circa 40 mila minori di entrambi i sessi intrappolati in questo assurdo lavoro, mentre uno studio del 2007 a cura della U.S. Agency for International Development ha confermato che nel sito della sola Kolwezi stavano lavorando ben 4000 bambini.

Il governo non è un mendicante, queste compagnie hanno un obbligo di creare benessere nell’aerea dove operano. Ci stiamo scontrando con il paradosso di avere così tante risorse di valore, e una popolazione è molto povera – ha detto Muyei

Anche perché, nessuno ha intenzione di allontanarsi dal Congo, le loro risorse sono troppo preziose per l’economia occidentale. I canali, racconta il Post, sono scavati con le mani e mezzi di fortuna in ogni dove: lungo le strade, sotto i binari della ferrovia, nei cortili, ovunque li porti il loro istinto o ci siano segni della ‘fleur du cobalt’, una piccola piantina con fiori verdi che preannuncia possibile presenza del cobalto.

Le morti nelle gallerie improvvisate sono all’ordine del giorno, e le compagnie che comprano il cobalto raramente aiutano nelle emergenze. Pare che 13 minatori alla ricerca di cobalto siano morti nel settembre del 2015 a causa del collasso di un tunnel a Mabaya, due anni fa è toccato ad altri 16 a Kawama e dopo due mesi si verificò il medesimo scenario a Kolwezi, in quest’ultimo caso rimasero seppelliti 15 lavoratori.

Le stime di un ispettore di Kolwezi, che il Post è riuscita ad incontrare in segretezza, hanno confermato che gli incidenti sono quasi giornalieri e che nei passati anni sono circa 36 i corpi di minatori improvvisati che ha dovuto personalmente recuperare. Cifre non verificate ufficialmente.

A loro non importa. A loro, se gli porti i loro minerali e sei malato o ferito, non gli importa.

Il cobalto, dalle mani dei minatori di Kolwezi, finisce quasi sempre nei piccoli negozi (comptoirs) del mercato di Musompo. Se ne contano circa 70 e sono quasi tutti gestiti da asiatici, nonostante la legge vieti che uno straniero possa essere a capo dei comptoirs. Acquistate le rocce a costi irrisori vengono poi rivendute alla Congo DongFang Mining o CDM. Il Post ha perfino seguito uno dei camion pieni del cobalto di Musompo fino alla raffineria della CDM, confermando l’utilizzo del cobalto ‘irregolare’.

Pare che la CDM sia la terza più grande ‘produttrice’ di cobalto in Congo e la prima per volumi a sfruttare quello a basso prezzo raccolto a mani nude dai minatori improvvisati. La CDM vende poi il cobalto alla sua azienda affiliataHuayou in Cina per il raffinamento. La Huayou vanta tra i clienti la Hunan Shanshan, Pulead Technology Industry e L&F Material. Queste ultime realizzano I catodi ricchi di cobalto, elementi fondamentali per le batterie agli ioni di litio che sono poi rivenduti alla Amperex Technology Ltd. (ATL), Samsung SDI ed LG Chem.

L’ultimo passaggio è quello più interessante per noi consumatori, perché questi tre ultimi produttori di batterie sono anche coloro che riforniscono LG, Samsung, Apple e Amazon.

Apple ha inviato un’inchiesta interna e rivelato che le batterie acquistate da LG Chem e Samsung SDI contengono catodi della Umicore, azienda non toccata da questo scandalo che si rifornisce comunque in Congo per il cobalto (non acquista, pare, dalla CDM).

Amazon ha usato per alcuni dei suoi Kindle le batterie dalla ATL, almeno secondo un’analisi della IHS, ma l’ATL non ha risposto alle domande e Amazon si è limitata a rilasciare una risposta formale in cui ‘assicura di avere il massimo scrupolo’ nella scelta dei fornitori. Amazon, tra l’altro, capeggiata da Jeff Bezos, proprietario del Washington Post che ha portato avanti questa incredibile inchiesta.

Samsung SDI fornisce batterie a Samsung, Apple e alcuni produttori di automobili come BMW, ma dopo un’inchiesta interna ha dichiarato che non è stata trovata alcuna evidenza del cobalto sotto osservazione, nonostante sia usato quello del Congo.

Importante la posizione di LG Chem, la prima produttrice al mondo di batterie per auto elettriche che compra catodi dalla L&F Material, ed ha come detto interrotto lo scorso anno la collaborazione con la Huayou. Ma il giro è sempre lo stesso e la Huayou fornisce adesso la L&F Material, anche se pare usi il cobalto estratto nella Nuova Caledonia. LG ha anche fornito un ‘certificato di origine’ per una spedizione di cobalto ricevuta nel dicembre 2015 (212 tonnellate).

Tutto in regola se non fosse che i conti non tornano, visti i volumi necessari alla LG Chem, due analisti del mercato dei minerali hanno infatti manifestato il loro scetticismo in quest’ultimo passaggi: la LG Chem utilizza più cobalto di quanto se ne estragga nell’intera Nuova Caledonia e il distacco completo da quello congolese sembra improbabile. LG Chem non ha saputo dare una risposta sollevato questo dubbio.

Infine riportiamo la situazione di Tesla, produttore di auto elettriche fortemente devoto ai principi etici del mercato e dei fornitori. La casa statunitense ha dichiarato sei mesi fa, tramite Kurt Kelty, direttore della tecnologia delle batterie:

Si tratta di qualcosa che prendiamo molto seriamente. Ed abbiamo bisogno di prenderlo ancora più sul serio, per questo stiamo per mandare la (in Congo) qualcuno dei nostri

Dopo sei mesi il Post ha chiesto a Tesla un aggiornamento sulla situazione e pare che stiano ancora lavorando per mandare qualcuno sul luogo.

Quella del cobalto congolese è una zona grigia molto pericolosa per i grandi brand, addirittura letale per chi su quei cunicoli ci è rimasto e va ogni giorno. E leggendo questo dettagliatissimo reportage del Washington Post mi viene in mente il progetto Fairphone, di quanto buona sia stata la loro idea di imporre un tracciamento dei componenti più importanti e assicurare una filiera pulita, nel pieno rispetto dei diritti umani. Certo, qualcuno ha storto il naso per i prezzi delle due generazioni di Fairphone, ma non marciare sulle sfortune degli altri costa.

E adesso vi rifaccio la domanda in apertura, ma la riformulo:

Saresti disposto a spendere 50 euro in più se fossi certo che i componenti del tuo nuovo smartphone non abbiano nulla a che fare con lo sfruttamento di esseri umani?

NOTA: vi invito caldamente a leggere il reportage del Washington Post intitolato ‘THE COBALT PIPELINE’ (link) che fa luce su tantissimi altri particolari di questa storia, il loro lavoro di ricerca e i contenuti che hanno portato a galla devono essere d’esempio per tutti. Un monito per le grandi compagnie che hanno approfittato della situazione, anche se apparentemente nessuno ha mai visto traccia di quel cobalto…

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