Vi trascrivo un commento che l’amico Gaetano Barbella ha postato in altra “sede” e che desidero sottoporre alla vostra attenzione

Capire meglio l’opera di Luca Giordano, “Il sogno di Salomone”.

É presto detto con un proverbio di Salomone: “Nel molto parlare non manca la colpa, chi frena le labbra è prudente.”.[Libro dei Proverbi, 19, 1]
Il nome di Salomone divenne sinonimo di sapienza, soprattutto nel Medioevo, quando si pensava che ad ogni generazione si attuasse una sorta di degenerazione; in virtù di questa idea Adamo era considerato l’uomo perfetto, in quanto figlio diretto di Dio, e Salomone era considerato l’uomo saggio, in quanto la sua saggezza è direttamente opera divina.
E Luca Giordano ha voluto porre in evidenza l’iniziazione della saggezza di Salomone tramite la parola nel sogno, cosa che avviene con un peculiare raggio illuminante proveniente da Dio. Si noterà con assoluta chiarezza che il raggio è diretto alla gola di Salomone dormiente.

Luca Giordano - Il sogno di Salomone

La gola nella filosofia yoga è associata al quinto centro o chakra, noto col nome di Vishuddha che agisce sulla gola e sulla tiroide.
È associato con la capacità di comunicazione e di espressione, sia a livello della parola che delle forme artistiche, in particolare musica, danza, recitazione. Il senso collegato con il quinto chakra è, non a caso, quello dell’udito. Attraverso le orecchie, percepiamo infatti le parole, la musica e il canto, espressioni artistiche che, tra l’altro, sono particolarmente terapeutiche. Il quinto chakra, che collega quelli inferiori con quelli corona, fungendo quindi da intermediario tra pensiero e sentimento, rappresenta allo stesso tempo anche l’espressione di tutti i chakra: infatti è tramite la parola, il riso e il pianto che diamo sfogo a idee, opinioni, sensazioni di tutti i tipi. Quando il chakra Vishuddha funziona a pieno ritmo, l’individuo è in grado di esprimere con estrema chiarezza e con un linguaggio ricco i propri sentimenti e le proprie idee, senza timori né remore. Questa forma efficace di espressione è preziosa in qualsiasi occasione. Tuttavia, la persona con il chakra Vishuddha armonioso non sa solo parlare; sa anche ascoltare gli altri, con comprensione e partecipazione. Ma quando il funzionamento del quinto centro energetico è altalenante o disarmonico, ne emerge una serie di squilibri.

Per cominciare, occorre tener conto che la gola è un centro emotivo importante.
Quando ci viene da piangere, ci commuoviamo, o ci angosciamo per qualche notizia ricevuta, percepiamo subito il così detto “nodo alla gola”, che ci può anche rendere momentaneamente incapaci di parlare.
Magari, riusciamo a emettere soltanto un balbettio, frasi spezzettate, confuse e prive di senso. Di solito questa sensazione del nodo alla gola sparisce rapidamente.
Ma anche il blocco del quinto centro può provocare reazioni simili, e in compenso può essere più duraturo. Le persone il cui centro energetico della gola è poco funzionante possono quindi balbettare, o parlare con voce strozzata, oppure parlare con un tono di voce troppo alto, esprimendo però solo concetti vuoti e superficiali.
Il loro linguaggio può essere freddo e distante, incentrato solo su questioni che riguardano il mondo materiale. In certi casi la capacità espressiva può essere addirittura esasperata, e la persona con questo squilibrio parla ininterrottamente senza concedere agli altri di aprire bocca, spesso nel tentativo di attirare su di sé l’attenzione. In tutti questi casi, si ha incomunicabilità e in capacità di dar voce ai propri sentimenti, alle emozioni e tensioni interiori.

In merito al “nodo alla gola”, di Salomone ci perviene, attraverso l’arte monumentale ed pittorica, il famoso simbolo noto come il “Nodo di Salomone”.
Tra i frammenti e i resti delle basiliche romane più antiche è possibile trovare diversi esempi di questo simbolo.
Si tratta di un simbolo molto antico ed è frequente nell’arte paleocristiana (per esempio sui mosaici delle chiese) dove è simbolo di unione fra l’Uomo e la dimensione del divino.

I motivi a intreccio erano fra i pochi ornati ammessi all'interno delle abbazie cistercensi. Il nodo di Salomone raffigurato nella sala capitolare di Fossanova alludeva probabilmente alla pazienza, virtù particolarmente appropriata in un luogo in cui ci si riuniva a discutere. (http://www.scuola.com/arte_storia/arte_fossanova/nodo.html)

Il nodo di Salomone è uno dei pochi simboli reperibili presso tutti i continenti e, a partire dall’inizio dell’era volgare, sostanzialmente in tutte le grandi culture, da quella romano-pagana a quella germanica, da quella ebraica a quella islamica, dall’India alle diverse culture africane. Il segno è rinvenibile anche in sud America, nelle isole Polinesiane, nel sud Africa e in altri luoghi ancora. Trattasi di uno di quei rari segni che ha valenza archetipale, che condivide con grandi segni, come la croce, il cerchio, il serpente, la figura dell’orante.
Sono segni che hanno nella semplicità la forza della loro profondità e della capacità comunicativa di qualcosa che tutti sembrano avere latente a livello dell’anima, dello spirito.
Come detto sopra, il nodo è un simbolo che si esprime attraverso numerose culture differenti. Il minimo comune denominatore è il suo significato. Il nodo è formato essenzialmente da due elementi, generalmente due anelli schiacciati che si uniscono strettamente. Questo minimo comune denominatore rappresenta l’interconnessione e l’unione di due elementi.

Salomone era il più saggio dei re di Israele, è l’uomo che ricevuto da Dio la capacità di distinguere tra il bene e il male, è l’uomo che – secondo la leggenda – ha costruito il tempio, che costituisce la realizzazione perfetta sulla terra di questa unione tra il divino e l’umano.

Colgo l’occasione per aggiungere un perfezionamento inedito sul tema del “Nodo di Salomone” che ha modo di essere capito molto profondamente come emblema di alta saggezza, e che però comporta la prova del fuoco del supremo sacrificio, come si deve intendere, per esempio, quello del sacrificio di Isacco, un episodio biblico della Genesi (22,2-13).

Dio, per mettere alla prova l’ubbidienza di Abramo, gli ordina di sacrificare il proprio figlio Isacco. Mentre Abramo sta per compiere diligentemente il sacrificio, impugnando già il coltello, un angelo del Signore scende a bloccarlo e gli mostra un ariete da immolare come sacrificio sostitutivo.
La scena, che veniva interpretata come prefigurazione del sacrificio di Cristo sulla Croce, è uno degli episodi salienti del Vecchio Testamento, infatti viene quasi sempre rappresentata nei cicli pittorici o scultorei dedicati alle Sacre Scritture.
Nel caso di Salomone è lui a mettere alla prova l’amore supremo di una madre per il figlio, giusto la significazione che non ci sono nodi da sciogliere come quelli in questione se non con un taglio netto.

Giambattista Tiepolo, Giudizio di Salomone, part., affresco. Udine, Museo Diocesano e Gallerie del Tiepolo, Sala Rossa

Il primo Libro dei Re dà un esempio significativo della sapienza di Salomone.
Nel mondo antico era un fatto comune chiedere il giudizio del re, non esistendo la moderna suddivisione dei poteri: i regnanti, quindi, erano i giudici supremi a cui venivano sottoposti i casi più difficili. E quello sottoposto al re d’Israele sembrava irrisolvibile.
Due donne si presentarono da Salomone: ciascuna aveva partorito un figlio a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro ed entrambe dormivano nella stessa casa. Una notte accadde che uno dei due bambini morì e sua madre, secondo l’accusa, aveva scambiato il figlio morto con quello vivo dell’altra donna mentre questa dormiva. Salomone, dopo aver ascoltato le due donne sostenere più volte le loro tesi, fece portare una spada e ordinò che il bambino vivente fosse tagliato a metà per darne una parte a ciascuna di esse. Allora la vera madre lo supplicò di consegnare il bimbo all’altra donna, pur di salvarlo. Salomone capì così che quella era la vera madre e le restituì il bambino.

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Aggiungo i link da cui ho tratto spunto sui vai argomenti di questo post:

Gaetano Barbella