Benvenuto Cellini, un geniale artista

Benvenuto Cellini nasce il 3 di novembre del 1500 a Firenze. Il padre è un musico della banda della Signoria e anche costruttore di strumenti. Benvenuto a 16 anni viene esiliato da Firenze per una rissa, vaga allora per Bologna, Pisa, Roma, e studia nelle botteghe orafe. Il suo talento di artigiano interessa il papa Clemente VII che, nel 1529, lo nomina capo della bottega pontificia. Due anni prima, nel 1527, sotto gli occhi dello stesso pontefice, Benvenuto combatte contro i Lanzichenecchi di Carlo V durante i nove mesi del sacco di Roma, e uccide il Conestabile di Borbone con un colpo di archibugio dalle mura di castel Sant’Angelo. Le opere di questo periodo (candelabri per il vescovo di Salamanca, un gioiello per la famiglia Chigi) sono andate perdute. Intanto è protetto dal Cardinale Ippolito d’Este, così può passare solo qualche notte in prigione, dopo aver aggredito dal 1523 al 1530 tre persone, ucciso l’assassino di suo fratello, Cecchino, mercenario di Giovanni delle Bande Nere, e subìto una condanna per sodomia. Da una delle sue numerose fughe dalla legge nasce Cellini scultore di Bronzo. Nel 1535 infatti è a Venezia, dove conosce Jacopo Sansovino e la tecnica della fusione. Tornato a Roma viene arrestato nel 1538 con l’accusa di essersi impradonito di beni di proprietà del pontefice Clemente VII. Grazie alla protezione del Cardinal Cornaro, evade qualche giorno dopo la cattura. Alla data del 1540 è a Fointanbleu, alla corte di Francesco I, dove operano anche Rosso Fiorentino e Francesco Primaticcio.

Cellini saliera

Tre anni dopo forgerà quel “monumento da tavola” che è la Saliera per il re Francesco I.

Il 1554 lo vede lasciare in fretta la Francia (è indiziato per avere allentato le borse regali).
Nell’agosto del 1545, Benvenuto Cellini comincia l’opera che lo terrà occupato per circa nove anni: “Il Perseo”, commissionatogli da Cosimo I. Nel 1554 la statua è collocata in Piazza della Signoria, sotto la loggia dei Lanzi e, nonostante le inimicizie di cui gode Benvenuto per via del suo caratterre “colloroso” (la definizione è del suo contemporaneo storico dell’arte, architetto e pittore, Giorgio Vasari), l’apparizione di Perseo che brandeggia la testa recisa e sanguinante di Medusa desta interesse e riscuote successo, tanto da non sfigurare accanto alle statue del “David” di Michelangelo e della “Giuditta” di Donatello che campeggiano in Piazza della Signoria in quegli anni (ora sono rispettivamente in Palazzo Vecchio e nella Galleria dell’Accademia).
Ora “Il Perseo”, dopo un lungo quanto necessario restauro, è tornato, proprio in questi giorni, nel luogo dove fu esibito per la prima volta ai fiorentini.
Nella mitologia greca Perseo nasce dall’unione di Danae con Giove. La ragazza è segregata dal padre Acrisio, poiché un veggente ha prefigurato la morte dell’uomo ad opera di un nipote. Ma Giove, mutato in pioggia di oro, feconda Danae. Così nasce Perseo, che insieme con la madre viene raccolto in una cesta alla deriva dal re Polidette, il quale, desiderando sposare Danae, invia Perseo a combattere Medusa, sperando nella morte del ragazzo. Questi invece non solo decapita Medusa, ma nel viaggio di ritorno libera anche Andromeda da un orribile mostro. Tornato a casa elimina Polidette, ma in un torneo uccide accidentalmente il nonno Acrisio (come l’oracolo aveva predetto).

Cellini - PerseoCellini matura l’idea di Perseo trionfante sul corpo esangue di Medusa già intorno al 1545: ne sono prova i due modelli in cera e bronzo conservati al Museo nazionale del Bargello di Firenze, per alcuni studiosi superiori alla statua definitiva. Nei modelli difatti la postura di Perseo è pressoché identica a quella della statua della loggia dei Lanzi. Il piede sinistro è poggiato sul busto di Medusa, dal corpo scomposto e abbandonato; la spada nella mano destra e la testa di Medusa nella sinistra, appesa alle dita di Perseo per i capelli, con il sangue ruscellante dalla base del collo. Perseo ha un volto dall’aspetto deciso, vagamente reclinato, che sembra osservare malinconico il vuoto. In realtà il suo sguardo si posa sul sangue che non è visibile, ma si intuisce che dovrebbe imperlare il corpo di Medusa piovendo dalla testa mozza più in alto; anzi, Perseo pare persino scostarsi per evitare gli schizzi. Nella statua della loggia la positura di Perseo riprende quella dei modelli, se non fosse per il viso che sembra guardare stavolta il collo mutilo della testa di Medusa ai suoi piedi. In ogni caso l’atteggiamento di Perseo è quello di un uomo dal portamento regale, umile, un eroe triste, che si assicura della morte di Medusa lasciando che il sangue provi il suo gesto.
La statua è alta 5,19 m. Il basamento è di marmo, ed è fornito di nicchie nelle quali Cellini ha collocato statue di Mercurio, Minerva, Andromeda e Danae con il figlio. Sul piano stilistico la statua riecheggia un vago michelangiolismo, per quel che concerne soprattutto la figura di Perseo che ricorda non tanto il David (forse solo il volto), piuttosto, sempre dello stesso Michelangelo, il Bacco del Bargello. La originalità compositiva di Cellini è incarnata nel “Perseo”. Perché è curato anatomicamente in tutto il volume della scultura, al fine di non presentare un punto di vista condizionato, ma permette allo spettatore di girare intorno alla statua. Il basamento quadrato, con i quattro lati occupati da statuette, agevola, e quasi invita, a ruotare intorno al bronzo di Benvenuto Cellini. La dinamica rocambolesca della fusione della statua è descritta dallo stesso Benvenuto ne “La Vita”, in una pagina splendida della letteratura italiana. A Madrid scolpisce in un unico blocco marmoreo il “Cristo” per l’Escorial (1556-1557).
Cellini è stato un geniale artista dal carattere tumultuoso, che lo porterà spesso oltre i limiti della legalità. E’ stato autore di un trattato sulla scultura e l’oreficeria (Firenze, 1568) e di una pittoresca autobiografia (1558-66, pubblicata a Napoli nel 1728) che ben descrive il clima artistico dell’epoca e da cui sono state tratte opere teatrali e cinematografiche.
Nel 1558 iniziò a scrivere “La Vita” che, per potenza narrativa, iperboli autoreferenziali e descrittive, rimane un topos della letteratura italiana che lo stesso Goethe tradusse in tedesco nel 1807. Nel 1567 Benvenuto interruppe “La Vita” (rimasta così incompleta), per scrivere i “Trattati” dell’ “Orificeria” e della “Scultura”, cristallini esempi di capacità didattica e conoscenza tecnica.
Benvenuto Cellini muore a Firenze il 14 febbraio del 1571 ed è sepolto nella chiesa di Santa Maria Novella.

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