Armamenti “moderni” nell’antichita?

Leggende orientali narrano di una fiorente civiltà nota come i “Signori della Fiamma” che stanziavano nella regione del Gobi.
Le gesta dei “Signori della guerra“, quali Zeus, Odino, Lug, Indra, Jeaveh, sono state osannate ovunque; nella terra dei Celti, nell’India antica, all’ombra delle piramidi, generando storie che narrano di Nephilim; di Signori delle navi spaziali; di “barche di cristallo” che solcavano i mari Islandesi.
Dèi o semidèi; incontrastati signori dei cieli, i quali, per manifestare la loro potenza o la loro collera, facevano uso di armi, considerate dagli studiosi del secolo appena trascorso, non reali ma solo partorite dalla fantasia dei narratori.
Nei libri Indù si descrivono armamenti da considerare decisamente “moderni” e precursori dei tempi pensando che il loro uso risalirebbe a 5000, 7000 anni fa.
Nel tredicesimo volume di “The sacred Books of the Indù” (I libri sacri dell’Indù) editi dal Maggiore B.D. Basu nel 1923, a pagina 235 del quarto capitolo, è riportata la descrizione di un fucile e di un cannone, prima che ufficialmente venissero ideate tali armi. Vi si legge: “La piccola Nalika è uno strumento cilindrico usato dalla fanteria e dalla cavalleria, provvisto di un foro orizzontale all’origine (culatta), lungo due cubiti e mezzo, con un cuneo aguzzo nella parte anteriore, usato per contrassegnare l’obbiettivo. Produce fuoco con una pressione meccanica, contiene pietre e polvere pirica all’inizio; ha un buon manico di legno e un’apertura interna larga mezzo dito. È capace di colpire oggetti distanti. La grande Nalika, posta in un castello di legno, viene trainata da un carro. È utile per la vittoria.” Seguono le istruzioni per l’uso.
Numerose le narrazioni di armi a dir poco “fantastiche”, ma che le nostre cognizioni tecniche classificano possibili.
Nei libri più antichi, dal Ramayana al Mahabharata, risalente al 7000 a.C., al Drona Parva, al Mausola Parva, al Naryanastra Parva, all’Abhimanyu Badha Parva, le descrizioni che illustrano gli effetti delle armi usate non hanno bisogno di molti commenti e, purtroppo, sono tristemente familiari:

“Un unico proiettile caricato con tutta la potenza dell’universo. Una colonna incandescente di fumo e di fiamme, luminosa come diecimila soli, si levò in tutto il suo splendore. Un’arma sconosciuta, un fulmine di ferro, un gigantesco messaggero di morte che ridusse in cenere l’intera razza dei Vrishnis e degli Andhakas. I cadaveri erano ustionati al punto di essere irriconoscibili. I capelli e le unghie erano caduti; il vasellame era diventato bianco. Tutti i cibi si erano infettati. Per sfuggire a quel fuoco i soldati si gettarono nei fiumi per lavare se stessi e tutto il loro equipaggiamento. Vennero spazzati via uomini con cavalli ed elefanti e carri e armi come fossero foglie secche cadute dagli alberi. Una fitta oscurità avvolse all’improvviso la moltitudine. Tutti i punti cardinali erano immersi nelle tenebre. Un vento funesto cominciò a infuriare. Il sole parve ruotare in circolo; l’universo, inaridito dal calore, sembrava ardere per la febbre. Gli elefanti e le altre creature, ustionate dall’energia di quell’arma, si allontanavano correndo veloci.”

Nel “Mausala Parva” troviamo anche la cronaca di quanto avvenne sulla Terra nei giorni che seguirono questi catastrofici eventi:

“Venti asciutti e impetuosi e una grandinata di ghiaia precipitò da ogni parte; carboni ardenti grandinavano sulla terra dal cielo. Gli uccelli cominciarono a volare formando circoli. L’orizzonte sembrava coperto di nebbia… ardenti cerchi di luce si vedevano ogni giorno intorno al sole e alla luna. Il disco del sole sembrava sempre coperto di polvere.”

E sono riportate le preghiere per far cessare gli effetti devastanti:

“O Illustre fa che il triplice Universo, il futuro, il passato e il presente possano esistere. È nata una sostanza simile al fuoco che ancora adesso fa bruciare le colline, gli alberi e i fiumi e tutte le specie di erbe e di vegetazione riducendo ogni cosa in cenere.”

Nel contenuto dell’Agnipurana, risalente al 6000 a.C., viene citato Vajra, splendente come il sole, coperto da cento cupole, i cui effetti si proiettavano a dieci miglia. Un’arma con un perimetro disseminato di postazioni a forma di cono che operava nelle quattro direzioni.
Conosciuta anche col nome di Dardo di Indra, Arma di Brahma, Occhio di Kapilla, veniva scagliata da un arco circolare e si neutralizzava con un’altra eguale. Probabilmente un meccanismo basato sulla riflessione che emetteva un raggio capace di “consumare ogni cosa”.
Dal racconto emerge un dato curioso. Il lanciatore al momento del lancio toccava, ogni volta l’acqua e pronunciava una formula. Per questa ragione furono considerate “magiche”; ma se questa “formula” fosse stata una “password”, cioè una parola di accesso a un meccanismo d’armamento e di lancio?
A metà degli anni novanta risale l’invenzione delle pistole intelligenti conosciute come Smart Guns, ideate per ridurre l’uso improprio di armi da parte dei bambini, o minori. Provviste di un chip, sparano solo se viene usato un codice sonoro, oppure componendo una combinazione alfanumerica su di un telecomando portato al polso, o un anello magnetico. È prevista anche un’impugnatura fornita di sensori che riconoscono le impronte digitali del legittimo proprietario liberando il grilletto. Sono state il frutto di anni di studi dei “Sandia National Laboratories”. La Colt ha costruito una calibro 40 dotata di una radio trasmittente collegata ad un computer in grado di riconoscere il codice del proprietario.
Nell’antichità l’uso delle armi era sottoposto a rigide regole, tanto che Drona viene punito per aver contravvenuto a queste norme: “Con l’Arma di Brahma hai incenerito molti uomini sulla terra che non sono tenuti a conoscere queste armi.”
Nella Scienza di Dhanur (Dhanurveda) sono descritte battaglie fra Dèi e Demoni ove si nominano ben 98 tipi di armamenti. Si tratta di ordigni nucleari, termo nucleari e al fosforo. Fra queste: il missile lanciafiamme “Sikharastra”, i missili fiammeggianti “Agni Astras”, la freccia “Kamaruchi” che va dove vuole, il missile “Lakshya” che si può seguire, la freccia “Shabdaveditva” che segue il suono, il fulmine di ferro che inceneriva gli eserciti, il “Marika” che ricorda le armi laser. Armi sferiche volanti che emettevano suoni altissimi e tuoni assordanti. Si nominano le “lance volanti” che distruggevano intere città fortificate.
Riguardo alla potenza bellica dell’India abbiamo trovato l’insolita testimonianza di Alessandro Magno.
Il grande condottiero nel 326 a.C. varcò l’Indo non riuscendo poi a passare il Gange e fu costretto a ritirarsi misteriosamente.
La storia ufficiale parla di malcontento e stanchezza nell’esercito, sfiancato dalle numerose battaglie; ma Alessandro, in una lettera inviata ad Aristotile, parla di “nubi e vampe di fuoco che cadono dal cielo contro il suo esercito”. (“nivis nubes ignitae de aere cadebant quas ipse militibus calcare praeceat”).
Ctesia, storico e medico greco (IV secolo a.C.), autore di una “Storia Indiana”, lo storico Eliano (III secolo a.C.) e il filosofo Filostato (II secolo a.C.), affermano che gli eserciti Indiani erano in possesso di armi capaci di abbattere qualsiasi fortezza ed avevano ordigni che bruciavano uomini e armamenti.
La saga Celtica ci racconta dell'”occhio di Balor” e della lancia di luce chiamata “Gaebolg”. Nelle battaglie fra Tuatha e Fomori si fa uso di armi classificate “magiche”. Tra i Fomori troviamo Balor, un essere dotato di un solo occhio capace di lanciare strani lampi che abbattevano i nemici. Nella descrizione scopriamo che tale occhio si trovava sopra un grande elmo con una apertura protetta da una “pesante palpebra”, che un servo apriva aiutandosi con un gancio. In pratica un proiettore di raggi mortali azionati da un bottone situato sullo stesso casco.
Viene descritta una lancia chiamata Gaebolg che in pratica era un tubo dalla cui estremità scaturiva un raggio uccidendo l’avversario a qualunque distanza esso si trovava. Non mancava la sua mira e si allungava a volontà. I caschi erano ornati da carbonchi e cristalli e queste pietre generavano i raggi mortali. Questo ci porta a considerare l’uso di armi laser.
Deduzione avvalorata da un aneddoto riportato nel racconto “Les fils de Tirenn”. Lug invia alcuni uomini a rubare la lancia di un re e, per evitare che non bruciasse il locale nel quale veniva riposta, una sua estremità era tenuta in un recipiente colmo di acqua. Precauzione che si adotta per particolari generatori di raggi laser. Dentro il recipiente vi era sicuramente un liquido refrigerante.
Esistevano inoltre lance più corte, maneggevoli come spade, che generavano raggi ridotti. Fra queste armi tecnologiche la “spada di Nuada”, la “lancia di Lug”, la “mazza di Ollanthair”. Vi erano anche particolari corazze di difesa che riflettevano i raggi e li rinviano alla sorgente. Un tipo di armatura descritta anche nei libri Indù nei combattimenti fra Devas e Asura.
Non dimentichiamo la misteriosa “Arma di Amon” di cui disponeva Ramses; un’arma che gli permise di uscire vincitore contro ben tremila carri da guerra lanciati contro di lui.
Nelle storie comuni a molti popoli parlano di creature celesti che parteggiano, ora per l’una, ora per l’altra parte, facendo uso di armi insolite per l’epoca. Si nominano il “braccialetto cielo-terra” impiegato da No-Cha, mentre, a bordo della sua “ruota di fuoco e vento”, a capo delle schiere dei “dragoni argentei volanti”, combatte Fenj-Lin e Chang-Kuo-Fung, impiegando anche raggi luminosi, draghi di fuoco, globi fiammanti e specchi irradianti.
In Egitto gli Dèi disponevano dei “raggi dell’Ureus” e degli “occhi solari”.
L’arca stessa è adoperata come un’arma contro i nemici di Dio. Le mura di Gerico caddero quando le sette trombe di corno d’ariete suonarono. Armi soniche?
Sembra che nel Museo Egizio siano conservate, o almeno lo erano fino ad alcuni anni fa, in una teca della galleria 26, due trombe rinvenute nella tomba di Tut-Ankh-Amon. Una, stranamente non catalogata benché di qualità superiore delle altre, fatta d’argento e di rame. Fra il personale del Museo si racconta che nel 1954, nell’operazione di ripulitura, qualcuno provò a soffiarci dentro per provare che suono emettesse. Nello stesso istante nell’alto Egitto mancò l’energia elettrica.
Nel 1974 si ripete la revisione dell’oggetto e qualcun’altro, a conoscenza dell’evento precedente, per curiosità vi soffiò di nuovo e nei sobborghi del Cairo venne ugualmente a mancare l’energia. Alla centrale di controllo tutti gli indici precipitarono a zero senza spiegazione apparente ed i giornali riportarono la notizia del black-out. Non è mai stata eseguita un’indagine ufficiale, né si sono collegati i due fatti fra loro. Purtroppo non c’è notizia di un terzo episodio simile.
Esistono anche armi che utilizzano il suono, come l'”arpa di Dagda”, uno strumento che volava nelle mani del dio quando questi la invocava, travolgendo tutto quanto si trovava sul suo percorso. I suoni prodotti dallo strumento provocavano il sonno, il riso o le lacrime.
Nelle storie che riguardano i Tuatha de Danann si descrivono “carri trainati da cavalli rossi” con un solo piede, attraversati nel corpo dal timone che funzionava, sia da elica, sia da bocca di un reattore. Carri che raggiungevano grandi velocità sia sul terreno, sia sull’acqua. Mezzi con tanto di pilota automatico, che possono essere riparati nel corso della battaglia per tornare da soli nell’area di combattimento.
Si narra di “vascelli d’argento” che navigano sotto l’acqua, di oggetti volanti che si combattono emettendo “spade di fuoco”.
Nella Bibbia non mancano riferimenti ad armi simili:

  • Il Signore verrà col fuoco. I suoi carri arriveranno come un uragano. Sfogherà la sua ira, realizzerà la sua minaccia con fiamme e fuoco. Farà giustizia armato di spada e di fuoco. (Isaia 66,15)
  • Innumerevoli sono i carri di Dio, un esercito di migliaia di migliaia. (Salmi 68,18)
  • Allora scenda un fuoco dal cielo e distrugga te e i tuoi 50 uomini. Subito scese dal cielo un fuoco e uccise l’ufficiale e i 50 uomini. (II libro dei Re 1,12)

Tanto meno non mancano nelle storie dell’India descrizioni di battaglie fra “macchine volanti” paragonate a nuvole di porpora formate da fiamme, che lanciano oggetti scintillanti, frecce di fuoco che cadono sulla terra, turbini simili a ruote infiammate. Mezzi aerei che appaiono ben diversi da quelli di cui disponiamo.
Il “Vymaanika Shastra”, ossia “Pratiche Aeronautiche”, un libro scritto in sanscrito, tradotto in inglese, si è rivelato un manuale d’istruzioni con dettagli tecnici, sconosciuti all’epoca, per la costruzione di “Vimana”, veicoli spaziali nominati negli antichi poemi. Specifica come devono essere costruiti, quanti tipi ne esistono, quali metalli adoperare, quali conduttori, quale energia ricavare dalla luce dei fulmini. Si descrivono radar e schermi televisivi.
Si citano leghe metalliche che assorbendo la luce rendono invisibili le aeronavi.
Una lega ricavata amalgamando rame, zinco, piombo e ferro; questo secondo le nostre attuali conoscenze metallurgiche è letteralmente impossibile.
In India si conoscevano i sette livelli degli elettroni e come sistemarli intorno al nucleo dell’atomo. 5000 anni fa qualcuno conosceva molto bene la struttura dell’atomo e le leggi che regolano l’Universo.
In molti passi del Corano si riportano le distruzioni repentine di città:

“Vivida folgore che li colpì mentre avevano gli occhi aperti… un vento tempestoso e devastatore da non lasciare in piedi cosa su cui si abbattesse… nel deserto dell’Ahqaf Ar Raml oggi vi sono solo grandi distese vetrose e neri macigni cotti in continua corrosione… grava una interdizione su ogni città che distruggemmo. La sua gente non potrà tornare finché sarà data via libera a Gog e Magog.”

L’emiro Dhul Quhanayn fece innalzare un muro di “lastre di ferro” contro Gog e Magog. È evidente che nel racconto si segnalano radiazioni.

Resoconti di narratori dalla fervida fantasia che stimolano sorrisini sarcastici?
Da queste “fantasie” sembrerebbe che qualcuno nel passato disponeva di “energia atomica” e la usava per scopi bellici. Di tali avvenimenti rimangono tracce fisiche che ci lasciano sconcertati.
Vincenti e Davemport a Mohenjo Daro trovarono una zona coperta da detriti anneriti ed i resti di manufatti di argilla che, esaminati dall’Istituto di Mineralogia dell’Università di Roma e dal CNR, risultarono sottoposti, per pochi secondi, ad una temperatura oltre i 1500 gradi, originando una fusione uguale a quella verificatasi a Hiroshima e Nagasaki. Escludendo, quindi, il normale scoppio o incendio di una fornace di mattoni sostenuto dalla scienza ufficiale.
Nella regione si tramanda un racconto ove si parla dei “signori del cielo”, che, adirati con gli abitanti del regno, annientarono la città con una “luce brillante come mille soli che mandava un rombo di diecimila tuoni”. Da quel giorno, si dice, chiunque passa per quei luoghi viene ucciso dagli spiriti cattivi.
Sempre riguardo ai Tuatha, nel libro “Les Mabinogion” si cita un’arma che produce un suono come il tuono, ne segue una nube luminescente gigantesca; una volta dissolta rivela case vuote, prive della presenza umana e animale. Assistono all’episodio quattro uomini che escono indenni dall’evento. Si tratta di un’esplosione atomica “propria”, senza ricadute radioattive. L’ evento sarebbe avvenuto 4000 anni fa.
Il collegamento alla fortezza irlandese di Toriniz, le cui mura sono vetrificate, è diretto. Tornano alla mente le rovine di Hattus, in Anatolia in riva al Kizilirmark, ove i mattoni si sono fusi formando una massa durissima. Nel deserto del Tlaca Macam (Khotan – Turkestan Orientale), fra i fiumi Kerija e Yurun, affiorano rovine vetrificate.
Nel deserto di Gobi sotto la sabbia si trovano strati vetrosi causati da alte temperature. Nel 1947 in Iraq venne effettuato uno scavo, dopo il livello sumero e quello di una civiltà agricola del 7000 a.C.; venne raggiunto il Magdaleiano (16.000 anni) e, oltre questo, ritrovato un piano di cristallo fuso del tutto simile a quello esistente nel deserto del New Messico, creatosi con lo scoppio della prima atomica.

Miti, leggende, racconti orali trascritti forse ingigantendoli, infiorettandoli; storie che fanno sorridere alcuni scienziati, come sorrisero quando Giulio Verne descrisse nel suo romanzo “Dalla Terra alla Luna“, il lancio di un proiettile verso la Luna, pensando all’impossibilità del viaggio. Confrontando i dati tecnici dell’impresa, supposti dallo scrittore, con quelli stilati dalla NASA 104 anni dopo, restiamo sorpresi dalla strana corrispondenza.


Possono tali avvenimenti essere descritti dalla fantasia dei popoli primitivi, o sono solo semplici coincidenze?

Ho visto quelle zone dove la luce del sole non è ancora arrivata… sono giunto in quei luoghi dove i raggi del Sole non possono arrivare e ho trovato la luce splendente come diecimila soli.” (Rig Veda)

articolo di Mauro Paoletti su: Edicolaweb

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