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Poche parole hanno un significato vago e variabile come “paesaggio”. È infatti un termine ben noto a tutti e largamente usato nel linguaggio corrente; il senso che gli viene attribuito può però essere completamente differente con il cambiare del contesto del discorso e del punto di vista da cui viene affrontato, nonché della sensibilità e degli interessi specifici di chi osserva o prende in considerazione il paesaggio stesso.

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Così, consultando differenti vocabolari della lingua italiana, possiamo trovare come primo significato sia “panorama, veduta, più o meno ampia, di un luogo, specialmente campestre, montano o marino“, sia il più ampio “complesso di tutte le fattezze sensibili di una località“, sia l’ancora più esaustivo “particolare fisionomia di una regione determinata dalle sue caratteristiche fisiche, antropiche, biologiche, etniche“..

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Il paesaggio è democratico, appartiene cioè a tutti gli individui che in esso vivono e si riconoscono e chiunque lo alteri, lo modifichi o lo distrugga sottrae un bene non rinnovabile alla collettività ed una memoria materiale e spirituale che è l’identità di ciascuno di noi.

testo stralciato da: territorio.regione.emilia-romagna

Curiosando tra le pagine della mitologia, incontriamo racconti che legano alcune varietà di frutta a gesta di dèi ed eroi.

La mitologia greca narra che Paride scelse la dea Afrodite come la più bella e le offrì una mela d’oro.
meleLa mela la ritroviamo anche nella pagina dedicata ad Atalanta, una donna che non ne voleva sapere di sposarsi.
Libera di scorrazzare per boschi e per montagne con arco, frecce e cani: questo le piaceva, questo voleva! Ma non potendo contrastare al desiderio paterno, aveva posto una condizione: avrebbe sposato soltanto chi fosse riuscito a vincerla alla corsa; chi invece avrebbe perso, avrebbe perduta anche la vita. Sarebbe venuto il tempo che un giovane, con l’aiuto di Afrodite, avrebbe vinto la bella riottosa lasciando cadere lungo il percorso le mele d’oro delle Esperidi e facendo sì che lei, incuriosita e stupita, s’indugiasse a raccoglierle e ad ammirarle…

Veniamo ora all’arancia: simbolo di fecondità e amore, ma anche di purezza.aranceRicordando che la dea Era (Giunone) portò in dote alcuni alberelli dai frutti d’oro e Zeus, per paura che i ladri sottraessero questi preziosi doni, li custodì in un giardino sorvegliato dalle ninfe Esperidi, fanciulle dal canto dolcissimo. Inoltre il profumo dei fiori d’arancio, che in passato evocava immagini sensuali, nel tempo si trasformò in simbolo di generosità, in quanto dai fiori nascevano i gustosi frutti, ed infine anche in simbolo di purezza.

zagaraInfatti i fiori d’arancio, simbolo di castità, vengono utilizzati per gli addobbi floreali dei matrimoni.

tratto da: http://www.tanogabo.it/Divertimenti_grafici/Miti_mele_arance.htm

animali_intelligenti1Parecchio e tanto tempo fa’ scrisse su de noi prima Esopo,
e su quella scia FedroLa Fontaine e Trilussa doppo,
tutti ar solo e unico scopo de trarre una morale,
sur bene e sur male, della natura tipica animale,
paragonannola a quella dell’intera umanità,
barbara, ingiusta, orba e forse priva de pietà.
Poveri illusi! Dar giorno der peccato origginale
ner monno se pratica male er bene e bene er male.
L’esperienza insegna che pè noi bestie nun c’è sarvezza:
l’Omo ce molesta e ce mette er morso e la cavezza!

Mò semo puro condannate a sentì quest’artro autore,
che se chiama Sandro Boccia, ma anche questo cosa vole?

bocciaChed’è che ce vorrà dì co’ li sui versi, co’ le sue parole?
Forse se crede, poveretto, che ‘na morale buttata ar vento
po’ dell’Omo cambià in bene er farso sentimento,
perdonà tutti li sbaji e li rimorsi de coscienza,
che, come tarli, lo torturano durante l’esistenza?

animali_27Su’ annamo, damoje ebbene ascorto se volete
ma nun fateve illusioni e a la fin fine credete
che sulla terra mai eppoi mai cambieranno le cose:
le spine resteranno spine come le rose rose!
Questa e sortanto questa purtroppo è la verità
che co’ un pò de sale in zucca semo costrette a ascortà!

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Molto tempo fa, un pipistrello, un rovo e un gabbiano si riunirono in un isolotto per formare una strana società commerciale fondata sulla vendita di stoffe e di rame. 

Il rovo possedeva una buona quantità di lana, seta e cotone procurate grazie al duro lavoro dei suoi antenati. Egli aveva conservato i suo averi nell’attesa di una buona occasione per poterli rivendere.
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Il pipistrello, essendo il più abile dei tre negli affari, si prodigò per procurare il denaro necessario per l’acquisto di una buona imbarcazione sulla quale trasportare i materiale fino al continente. Per riuscirvi fece parecchi debiti con degli strozzini ai quali avrebbe dovuto restituire il doppio dei soldi prestati. Comunque, con il discreto gruzzoletto che ebbe a disposizione egli comprò una piccola barca a remi.

pipistrellfrontweb2Il gabbiano invece aveva adocchiato un buon quantitativo di rame abbandonato da qualche mercante. Munitosi di pazienza recuperò tutto quel tesoro che sarebbe servito per la loro società.

GabbianoGiunse infine il gran giorno. 
I tre avevano caricato ogni cosa sulla barchette ed erano ormai pronti per partire. 
Speriamo che questa barca sia abbastanza robusta!” Disse il gabbiano preoccupato. “Se il tempo si manterrà calmo andrà tutto benissimo“. Rispose il pipistrello.
Finalmente gli amici si imbarcarono e partirono.

Ma durante la sera, un terribile temporale fece ribollire le acque del mare le cui onde gigantesche inghiottirono senza pietà la piccola barca. I tre compagni fortunatamente si salvarono perdendo però ogni cosa. 
Da quel giorno il pipistrello incapace di ripagare i debiti uscì solo di notte per evitare di incontrare gli strozzini che volevano indietro il loro denaro;

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il gabbiano imparò a rimanere appollaiato sopra scogli marini nella speranza che le acque gli restituissero il suo rame;

gabbiano_3infine, il rovo aguzzò le sue spine strappando i vestiti dei passanti nell’attesa di ricostruire, con i brandelli procurati, il suo prezioso patrimonio di stoffe ormai perdute. 

rovoQuesta antichissima leggenda ci spiega l’origine delle abitudini dei tre protagonisti. Inoltre, il racconto dimostra che noi finiamo sempre col ritornare ad occuparci di più di quelle cose in cui prima abbiamo avuto insuccesso.

La favola è tratta dalla pagina: http://www.tanogabo.it/esopo.htm