Un castigo per Apollo e Nettuno

Nettuno, per i greci Poseidone, era il signore del mare, lo scotitore della terra, il Dio di tutte le fonti, di tutti i fiumi, di tutti i laghi.
Quando dal suo palazzo d’incorruttibile oro, che sorgeva nel profondo Egeo, saliva alla superficie del mare, aveva impetuosi cavalli dagli zoccoli di bronzo e dalla criniera d’oro che trascinavano il cocchio così veloce e leggero che l’assale delle ruote non si bagnava nemmeno. Sul cocchio egli stava solenne, ravvolto nell’aurea veste che lasciava nudo il torso gagliardo, impugnando il lungo tridente che suscitava e placava le tempeste. Maestà raggiava dal volto rannuvolato tra la folta capellatura e la folta barba turchine; ma un sorriso tuttavia balenava nei suoi occhi poiché intorno a lui il mare palpitava e sfavillava gioioso, e guizzanti delfini e Tritoni irruenti e Nereidi lievi e bionde accorrevano, in un gioco di spume, a fargli corteo.

Per nascita e per dignità Nettuno era pari a Giove (Zeus). Figlio di Saturno (Crono) e di Rea, egli aveva subito la sorte dei fratelli: all’atto della sua nascita il padre lo aveva ingoiato. Ritornato poi alla luce per merito di Giove, aveva combattuto a fianco di lui durante le guerre dei Titani e dei Giganti; e in séguito nella spartizione del dominio paterno gli era toccato il regno delle acque.
Tuttavia egli male sopportava la sudditanza al fratello e covava fremiti di ribellione. Un giorno addirittura cospirò con Giunone (Era), Minerva (Atena) e Apollo per deporre Giove; ma il sommo Dio scoprì la congiura e castigò Apollo e Nettuno.
“Servirete” impose “servirete per un anno Laomedonte, re di Troia.”
Laomedonte era orgogliosissimo sovrano. Accolse i due Numi quasi fossero veramente infimi servi.
“Tu” ordinò ad Apollo “pascolerai i miei armenti. Non una bestia deve andare perduta. Baderai a che mandrie e gregge siano floride e feconde. E tu” ordinò a Nettuno “cingerai di mura la mia città. Di mura e di torri alte e robuste da resistere a ogni assalto.”
Apollo e Nettuno dovevano ubbidire; chinarono il capo; pattuirono il salario; si accinsero al lavoro.
Faticarono tutto l’anno; e tutto l’anno furono tenuti e trattati come i più umili dei servi. Alla fine del loro periodo di castigo si presentarono al re.
“I tuoi armenti sono floridi e fecondi. La tua città è ricinta di mura e di torri. Pagaci dunque il salario convenuto ché noi ce ne possiamo andare.
“Salario?” disse altezzoso Laomedonte. “Al lavoro voi eravate obbligati. Rei, scontavate una pena. Non vi debbo nessun salario.”
“Hai promesso.
“Ho promesso di mozzarvi le orecchie se continuate a insistere e non vi togliete di torno.”
“Re,” dissero i due Numi “imparerai a serbare la fede e a temere gli Dei.” E si allontanarono fulgenti in tutta la loro maestà divina che, smesso l’abito servile, avevano riassunto.
Apollo e Nettuno arrivarono lungo la riva del mare. Apollo trasse un pugno di frecce dalla faretra, tese l’arco e saettò per tutta la terra di Troia; Nettuno percosse col tridente le acque del mare; ed ecco una fiera pestilenza scoppiò per tutta la Troade; e gli uomini e le greggi morivano; e le acque del mare ribollirono, schiumeggiarono ed un mostro, dalla testa e dalle zampe di drago e dal corpo di squamoso serpente, salì alla riva, s’inoltrò per i campi e prese a calpestare le messi e a divorare quante creature umane incontrasse.
Giorni e giorni durarono lo spavento e il flagello del morbo e del mostro. E finalmente si mandò a consultare l’oracolo.
“Apollo e Nettuno” rispose l’oracolo “sono irati contro il re Laomedonte; né l’ira cesserà se il re non darà propria figlia Esione in pasto al drago salito dal mare.
Laomedonte fu costernato: egli amava la sua dolce figliuola. Volle attendere.
Pregò gli Dei; offrì sacrifici.
Inutilmente.
La pestilenza continuava a infierire; il drago saliva ogni mattino dal mare e si aggirava per la campagna fino a notte. Il popolo minacciò di insorgere ed Esione fu portata sulla riva del mare ed incatenata a una roccia, nell’attesa della sua sorte.
Allora il popolo pianse e avrebbe voluto salvare la sua principessa; ma troppa gente era morta nelle case, troppe greggi nei pascoli, e le messi nei campi erano quasi tutte calpestate.
Già le acque del mare cominciavano a fremere e a spumeggiare quando alle rive di Troia approdò una grande nave e ne scese a terra un eroe. Era possente nella persona; vestiva un’arida spoglia di leone; stringeva nel pugno una formidabile clava. L’eroe volle sapere che cosa significassero tutto quel popolo in armi e piangente e quella principessa incatenata alla roccia. Come seppe, disse al re:
“Se io salverò tua figlia che premio ne avrò da te?”
“Ho due cavalli” rispose Laomedonte “due candidi, luminosi e veloci cavalli che furono dati a Troo, mio antenato, da Giove quando questi rapì al cielo Ganimede, figlio di Troo. Sono cavalli quali ne usano gli Dei. Salva Esione ed io ti darò i due cavalli divini.”
“Sta bene ” disse l’eroe.
E affrontò il drago, che in quel momento emergeva dalle onde e saliva a fauci spalancate verso la principessa incatenata. La lotta fu breve. Un colpo della terribile clava piombò sulla testa del mostro ed esso si abbatté sulla spiaggia contorcendosi con la testa fracassata e spappolata. L’eroe sciolse la principessa, la resse tra le sue braccia più morta che viva, la consegnò al padre.
“Eccoti la tua figliuola, o re. Dammi il premio promesso.”
“Il premio? Due cavalli divini per un colpo di clava? Davvero tu non hai piccole pretese! Ti sia bastante l’onore di aver salvata la figlia di Laomedonte, re di Troia. Ma vieni nella mia reggia e berremo insieme una coppa del mio vino migliore.”
L’eroe si rabbuiò nel fiero volto.
“Re,” disse “non berrò il tuo vino. Riparto. Il mio viaggio non consente più indugio. Ma ricorda che io non dimenticherò: verrà un tempo che Laomedonte, re di Troia, si pentirà di aver mancato di parola a Ercole (Eracle), figlio di Giove.”
Così detto, Ercole risalì sulla nave che si allontanò veloce sul mare. Laomedonte ebbe un sorriso di sprezzo. Ma non sorrise più il giorno che Ercole, compiute le sue dodici fatiche, ricomparve dinanzi a Troia con sei navi armate, assediò e prese d’assalto la città, uccise lui, Laomedonte, e tutti i suoi figli, e diede in moglie la bella principessa al proprio amico Telamone, figlio di Eaco, re dei Mirmidoni.
E allora pienamente si compì la vendetta di Apollo e di Nettuno.

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