L’alba dell’umanità secondo la mitologia greca

Giapeto, uno dei dodici Titani, aveva avuto quattro figli: Menezio e Atlante, Prometeo ed Epimeteo.
I primi due avevano preso parte alla rivolta contro Zeus (Giove) ed egli li aveva puniti; Menezio, per la sua cattiveria e per la sua tracotante audacia, era stato relegato nell’Erebo profondo; Atlante, di fronte al giardino delle Esperidi, ai confini della terra, doveva sostenere sulle spalle e reggere con le braccia la grande volta del cielo.

Prometeo, scaltro (non per nulla il suo nome significava «colui che prevede»), prima si era mantenuto neutrale e poi, quando la lotta aveva accennato a piegare in favore di Zeus, si era accostato al vincitore; in premio era stato ammesso all’Olimpo e alla familiarità con gli Immortali. Ma il suo cuore di Titano covava il dolore per la propria stirpe umiliata e volgeva ogni predilezione verso gli uomini. Infatti, con gli Dei, gli uomini popolavano la terra. Forse erano nati al tempo stesso degli Dei ed erano figli della feconda Gea, la Terra, madre di tutte le cose e di tutti gli esseri animati; o forse li aveva creati Zeus, che da Pirra aveva fatto nascere Elleno, capostipite degli Elleni, e da Dia, Piritoo, re dei Lapiti, e, da Taigete, Lacedemone, progenitore degli Spartani, e così via; o forse avevano avuto altre origini; ma certamente vivevano da lunghissimi anni ed erano passati per cinque ere, ciascuna delle quali aveva avuto una sua gente.

La prima età era stata quella dell’oro, sotto il regno di Crono (Saturno). Gli uomini, creati dagli Dei, avevano allora goduto di una perfetta felicità. La terra produceva per essi ogni bene spontaneamente ed essi vivevano come Dei, senza affanni, senza fatiche, senza vecchiezza. Erano però soggetti alla morte; e come l’ora ne giungeva, si addormentavano di un dolce sonno. Quando la famiglia di questi primi uomini si era estinta, i loro spiriti erano divenuti geni benefici, custodi dei mortali, dispensatori della ricchezza.

Era seguita l’età dell’argento. Ma i popoli di questa età, pur creati anch’essi dagli Dei, erano esseri deboli e inetti, la cui vita non si svolgeva se non come una lunga infanzia. Quando raggiungevano l’adolescenza, quasi subito morivano vittime della propria stoltezza. Così avevano avuto fine anche questi uomini. Morti, erano diventati geni buoni ma sotterranei.

Figli dei frassini, i popoli della terza età, detta del bronzo, possedevano cuori duri come il metallo e braccia di inesausto vigore; ma l’indomabile forza e l’ardore di guerra li avevano spinti a sgozzarsi vicendevolmente, sicché erano sprofondati nell’Ade senza gloria, anche se proprio a loro l’umanità doveva i primi tentativi di civiltà e la prima lavorazione dei metalli.
Spenti gli uomini dell’età del bronzo, Zeus aveva creato una gente migliore: quella degli eroi. Gli eroi avevano compiuto grandi gesta, avevano combattuto a Tebe e a Troia, avevano affrontato e ucciso mostri e briganti. Dopo la morte erano stati posti nell’Isola dei Beati, sulle rive del fiume Oceano, che circondava la terra e ne segnava i limiti estremi.
E infine era seguita l’età del ferro, che tuttavia perdurava, dolorante di sofferenze, di miserie, di delitti, di empietà.

 

Durante la prima età, regnando Crono, tra gli Dei e gli uomini c’era stato completo accordo. Comuni tra loro i banchetti, comuni erano state le assemblee. Ma con l’avvento di Zeus tutto cambiò perché questi volle imporre anche agli uomini la propria divina supremazia. Un’assemblea si radunò per stabilire la parte che di ogni vittima sacrificata doveva toccare agli Dei e la parte che sarebbe toccata ai mortali. Incaricato della spartizione fu Prometeo, il quale prese un grosso bue, lo uccise, lo ridusse in pezzi e ne fece due mucchi; da un lato pose la pelle sotto di cui aveva nascosto la carne e i bocconi migliori, dall’altro — e questo mucchio, com’era naturale, risultò il più grande e il più appariscente — accumulò tutte le ossa ben ravvolte di candido grasso.
Invitato a scegliere, Zeus, illuso dal volume e dal biancore, prese per sé il secondo mucchio; ma, subito avvistosi dell’inganno, si adirò e, per far dispetto a Prometeo, privò gli uomini del fuoco inestinguibile che con la propria folgore aveva acceso sulla terra. Prometeo, senza porre tempo in mezzo, salì all’Olimpo, rapì agli Dei alcune scintille del fuoco divino, le nascose nella cavità di un giunco e riportò il fuoco agli uomini.
Ancora più sdegnato, Zeus pensò a punire Prometeo. Per ordine suo, Efesto (Vulcano) con l’aiuto di Cratos — la Forza — e di Bia — la Violenza — afferrò Prometeo e lo incatenò su un’alta cima del Caucaso, nella Scizia; poi Zeus mandò un’aquila, la quale ogni giorno rodeva al Titano il fegato che ogni notte rinasceva. Il sole, i geli, i venti, le piogge sferzavano e mordevano il prigioniero; ogni mattino l’aquila tornava affamata e implacabile; ma il Titano non piegava l’animo, non si umiliava a preghiere e lamenti. Trent’anni trascorsero così nell’atroce supplizio. Finalmente Zeus si mosse a indulgenza. In verità, gli premeva anche di conoscere un grave segreto che lo riguardava e che Prometeo custodiva. Col permesso, dunque, del Dio, Eracle (Ercole) salì sul Caucaso, uccise l’aquila, spezzò le catene: e Prometeo liberato ascese, da immortale, all’Olimpo.

Anche gli uomini, colpevoli di godere il fuoco rubato, furono puniti: Zeus decretò il castigo e fu castigo senza fine. Per suo volere Efesto (Vulcano), il fabbro divino, modellò con argilla intrisa d’acqua il simulacro di una giovane bella come le bellissime Dee e le diede vita, voce e sorriso.

Tutti gli Dei la ornarono dei loro doni più preziosi: e di qui le venne il nome di Pandora, che significa appunto «tutti i doni». Solo Ermes le pose nel petto, un cuore infido e sulle labbra ingannevoli parole. Recando un misterioso vaso coperto, Pandora venne come dono di Zeus a Epimeteo.
Prometeo aveva, sì, ammonito il fratello di non accettare nulla da Zeus; ma, incauto (il suo nome voleva proprio dire «colui che pensa dopo»!), Epimeteo accolse invece Pandora, se ne innamorò e la sposò.
Pandora allora — come sia andata la cosa bene non si sa, ma la curiosità, dicono, è femmina — Pandora sollevò il coperchio del misterioso vaso; e dal vaso si sparsero sulla terra i mali che vi erano rinserrati: tutte le fatiche, tutte le pene, tutte le dolorose e mortali infermità. Soltanto una pietosa creatura restò aggrappata all’orlo del vaso, a consolare o almeno a illudere gli afflitti: la Speranza.

Né bastò a Zeus di aver mandato la funesta Pandora a turbare l’esistenza terrena: egli meditò di sterminare addirittura il genere umano affogandolo nelle acque di un diluvio.
Ma Prometeo vegliava: e avvertì suo figlio Deucalione del flagello imminente. Deucalione, che regnava allora in Ftia nella Tessaglia, costruì in fretta un’area di legno, la corredò di tutto il necessario e con la moglie Pirra, figlia di Epimeteo e di Pandora, vi si rinchiuse, non appena le acque cominciarono a sciogliersi dal cielo coprendo la terra e distruggendo ogni essere animato.

 

Nove giorni e nove notti l’arca andò errando sui flutti; il decimo giorno la furia delle acque cessò e l’arca si arenò sulla cima del monte Parnaso. Subito, Deucalione uscì all’aperto e offrì un sacrificio a Zeus protettore dei fuggiaschi: e il Dio, mosso a pietà, gli promise, per mezzo di Ermes, che avrebbe esaudito un suo desiderio. Deucalione chiese che fosse rinnovata la gente umana, e, recatosi con la moglie a interrogare in proposito l’oracolo di Delfo, ne ebbe questa risposta:
— Velate le vostre teste e gettate dietro di voi le ossa della vostra ava antica.
Sulle prime i due rimasero perplessi; poi capirono: essi erano pronipoti di Gea, la Terra; le ossa della Terra non potevano essere che le pietre. Velati i capi, camminarono per la pianura gettando pietre dietro le proprie spalle; e le pietre gettate da Deucalione divennero uomini e quelle gettate da Pirra si tramutarono in donne.
La terra fu ripopolata. Zeus depose ogni sdegno.

Ma i mali che erano sfuggiti dal vaso di Pandora continuarono a soggiornare tra gli uomini e la Speranza, dall’orlo della vuota anfora traditrice, continuò a elargire il suo pietoso sorriso.

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