Appunti sull’origine di una parola famosa: “Google”

Un appunto di Nuccia Di Franco Lino

Navigando nel mondo del web ho scoperto, per caso, che intorno al 1920 durante una passeggiata nel New Jersey’s Palisades, il matematico americano di NYC Edward KASNER (1878-1955) chiese al nipotino Milton Sirotta il suggerimento di un termine nuovo per indicare un numero ”enorme” . Il nipotino (di 9 anni) suggerì il termine googol che il matematico usò per indicare un 1 seguito da 100 zeri. Seguendo sempre lo stesso suggerimento del bambino, Kasner creò il termine googolplex per indicare un 1 seguito da googol zeri.

Il termine googol fu introdotto da Edward Kasner nel suo libro Mathematics and the Imagination del 1940.
Nel 1998 GOOGLE – derivato da un termine che indicava quel numero di 101 cifre – è diventato il nome del più usato motore di ricerca su internet. Gli uffici di Google si chiamano goolgolplex, un ulteriore riferimento all’opera del matematico Edward Kasner. 

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Gli asteroidi che diedero origine alla vita

 

Fino a 3,4 miliardi di anni fa, molti frammenti di roccia colpivano il suolo lunare e quello terrestre. Potrebbero essere collegati alla nascita dei primi organismi. Ecco cosa racconta uno studio su Science.

Credits immagine: Dan Durda/FIAAA

Terra, 3,5 miliardi di anni fa. Il pianeta è in subbuglio: mantello caldo, attività vulcanica intensa, oceani e continenti appena formati, forse solo le prime semplici forme di vita già presenti. Poi qualcosa è cambiato, e il pianeta è diventato quello che conosciamo oggi. Per capire come e perché, secondo gli scienziati il primo passo è scoprire con che tipo di oggetti – asteroidicomete o altro – sia venuto a contatto nelle fasi primordiali della sua formazione. Certo, scovare ora queste informazioni sulla superficie terrestre è difficile. Lo è però un po’ meno analizzare le rocce della Luna, raccolte negli ultimi decenni. Proprio quello che hanno fatto i ricercatori della Nasa e del Lunar and Planetary Institute di Houston, pubblicando su Science uno studio che svela la natura degli oggetti caduti sulla crosta lunare (e dunque probabilmente su quella terrestre) tra 3,8 e 3,4 miliardi di anni fa. Si tratterebbe per lo più diasteroidi, più precisamente di condriti.

Se non fosse per la pioggia di meteoriti che l’ha colpito intorno a quattro miliardi di anni fa, il nostro pianeta non avrebbe l’aspetto che ha. Quasi tutti gli esperti sono concordi nel pensare che sarebbe stato l’impatto con oggetti provenienti dallo Spazio a dare origine al vapore acqueo, alle nubi e dunque alle piogge. Alcuni pensano anche che sia stato grazie ad amminoacidi e altre sostanze provenienti dall’Universo che si sia sviluppata la vita. Dunque comprendere quale fosse la natura degli oggetti che hanno colpito la Terra bambina – allora vecchia appena un miliardo di anni contro i 4,5 di oggi – potrebbe essere utile a ricostruire le origini sia del pianeta sia della vita stessa.

Tuttavia, di rocce extraterrestri con tale datazione, che sia possibile studiare, non ce ne sono molte sul nostro pianeta. Son poche quelle che toccano il suolo senza disintegrarsi nell’atmosfera, e sono ancora meno quelle abbastanza grandi da essere ancora oggi riconoscibili all’interno dei minerali terrestri. Diversa la situazione sulla Luna, che non ha atmosfera e che è un satellite inerte, o comunque dall’attività magmatica ridotta rispetto alla Terra. Da qui l’idea di analizzare i detriti collezionati dalla missione Apollo 16, datati per l’appunto tra i 3,4 e i 3,8 milioni di anni, potenziale fonte di informazioni sul flusso di oggetti nel Sistema solare in quell’era. Si trattava di asteroidi, comete o di entrambi? Secondo lo studio su Science prevalentemente dei primi.

Per analizzare i piccoli frammenti di meteoriti conservati all’interno delle brecce di regolite - ovvero nella ghiaia agglomerata e indurita presente sul suolo del satellite – gli scienziati hanno usato diverse tecnologie. Hanno prima eseguito una mappatura chimica e osservazioni al microscopio elettronico, e poi utilizzato l’ electron microprobe analyzer, uno strumento capace di riconoscere quali frammenti di roccia provenissero dalla Luna e quali invece avessero composizione o struttura diverse.

Così facendo, i ricercatori hanno scoperto che gli oggetti che raggiungevano il suolo di Terra e Luna in quel periodo erano prevalentemente proiettili di condriti, meteoriti rocciose che si formarono nel sistema solare primordiale e che si ritiene oggi si trovino nella fascia principale degli asteroidi. “Si tratta di una conferma diretta di quello che fino ad oggi potevamo dedurre solo indirettamente”, ha spiegatoKatherine Joy, prima autrice dello studio. “Il flusso delle comete era piuttosto basso, gli oggetti che colpivano pianeta e satellite erano solo tra il 5 e il 17 per cento delle volte di questo tipo”.

Alcune delle rocce analizzate sono risultate inoltre più ricche di magnesio rispetto ai normali meteoriti, il che ha aperto una discussione interessante sull’origine della vita sul nostro pianeta. “Molti scienziati pensano che gli asteroidi che contengono questo elemento possano essere caduti sul sistema Terra-Luna tutti nello stesso periodo, che come prova lo studio coincide proprio con quello in cui plausibilmente sono apparsi i primi microrganismi sul pianeta”, ha spiegato Alan Rubin, docente di geofisica all’Università della California di Los Angeles in un commento apparso sempre su Science.“Dunque non è da escludere che possa essere stato proprio questo particolare evento, probabilmente dai tratti simili a un cataclisma, a far scoccare la scintilla della vita”.

fonte

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UFO mutante, avvistamento in California

Traggo da repubblica.it e porto a vostra conoscenza il sottostante video.
Sulla pagina del giornale si legge:
Lo hanno visto centinaia di persone e su YouTube i video si moltiplicano. Un UFO dalla forma mutante é apparso nel cielo di Fresno, California, e in tanti avevano pronte le videocamere. Tra i video questo é tra i migliori perché girato con un treppiede, che ha permesso di zoomare sull’oggetto e osservare quello che sembra un fenomeno di cambiamento di forma. Finzione o realtà? In parecchi si dichiarano testimoni oculari, a Fresno. Forse sono tutti d’accordo, o forse é stato filmato un qualcosa di davvero particolare. E qualcuno sostiene che non si tratti di altro che il pianeta Venere, ripreso in condizioni particolari

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L’Ascensione del Signore vista attraverso alcune pitture

L’Ascensione di Gesù al Cielo, è la grandiosa conclusione della permanenza visibile di Dio fra gli uomini, preludio della Pentecoste, inizia la storia della Chiesa e apre la diffusione del cristianesimo nel mondo.
Nel Martirologio Romano leggiamo: Solennità dell’Ascensione del Signore nostro Gesù Cristo, in cui egli, a quaranta giorni dalla risurrezione, fu elevato in cielo davanti ai suoi discepoli, per sedere alla destra del Padre, finché verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti.

L’Ascensione nell’arte

Il racconto scritturale dell’Ascensione di Gesù Cristo e la celebrazione liturgica di questo mistero, ispirarono numerose figurazioni, che possiamo trovare in miniature di codici famosi, fra tutti l’Evangeliario siriano di Rabula nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, e in mosaici ed avori a partire dal sec. V.
Il tema dell’Ascensione, si adattò bene al ritmo verticaleggiante dei timpani, sovrastanti le porte delle chiese romaniche e gotiche; esempio insigne il timpano della porta settentrionale della cattedrale di Chartres (XII sec.).
Ma la rappresentazione, raggiunse notevole valore artistico con Giotto (1266-1337) che raffigurò l’Ascensione nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Si ricorda inoltre un affresco di Buffalmacco (XIII sec.) nel Camposanto di Pisa; una terracotta di Luca Della Robbia (1400-1482) nel Museo Nazionale di Firenze; un affresco di Melozzo da Forlì († 1494) ora nel Palazzo del Quirinale a Roma; una tavola del Mantegna (1431-1506) a Firenze, Galleria degli Uffizi; una pala del Perugino († 1523) ora nel Museo di Lione; il noto affresco del Correggio († 1534) nella cupola della Chiesa di S. Giovanni a Parma; l’affresco del Tintoretto († 1594) nella Scuola di S. Rocco a Venezia; ecc.
In un’ampolla del tesoro del Duomo di Monza, Cristo ascende in cielo, secondo una tipica iconografia orientale, assiso in trono; in altre raffigurazioni Egli ascende al Cielo fra uno stuolo di Angeli, di fronte agli sguardi estatici degli Apostoli e della Vergine. (Antonio Borrelli)

Vediamo alcuni dipinti:

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Pittura – Federico Barocci (1526 – 1612)

Pittore religioso per eccellenza, la sua opera è una perfetta interpretazione della Controriforma. In linea con lo spirito cristiano e caritatevole che pervade, nella II metà del 1500, gran parte del territorio marchigiano (anche grazie alla diffusione dei nuovi Ordini Religiosi), Barocci non rappresenta in modo aulico i fasti della Chiesa, ma tocca direttamente l’animo dei fedeli, suscitando una commozione tale che diviene devozione.
Creando un legame affettivo ed emozionale fra lo spettatore ed i protagonisti dell’evento sacro rappresentato, dà alla devozione un carattere quotidiano e personale, creando una fusione fra paesaggio ideale e reale, che col tempo si caricherà sempre più di riferimenti simbolici ed autobiografici.
La peculiarità della sua pittura consiste soprattutto nell’aver elaborato, in modo personale, il cromatismo veneziano ed il patetismo correggesco. Dal punto di vista stilistico, realizza opere di straordinaria comunicativa, grazie all’accurata resa prospettica, alla sapiente composizione, alle studiate sequenze cromatiche, alla raffinata scelta di gesti e fisionomie, al forte dinamismo. La sua operazione culturale ha un fine preciso : opporre all’individualismo delle correnti protestanti il sentimento collettivo della Chiesa Cristiana.
Le sue opere sono il risultato di una gestazione lunga e laboriosa, che lascia ben poco spazio agli allievi, i cui interventi consistono per lo più in un riutilizzo dei cartoni di mano del maestro per comporre nuove opere.
(stralcio da: http://www.tanogabo.it/Arte/Barocci.htm )

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La Pompei dell’Indonesia: un villaggio perduto ai piedi del Tambora

Nel 1980, nei pressi di un piccolo villaggio sull’isola di Sumbawa in Indonesia, una società commerciale cominciò un’operazione di dragaggio di frammenti di ceramica e ossa.
Altri abitanti di Pancasila cominciarono a trovare monete, frammenti di ottone e legno carbonizzato, tutti sepolti sotto uno spesso strato di depositi vulcanici.

Credit: Rik Stoetman

I reperti non erano lontani dalla base del Tambora, il noto vulcano che nel 1815 produsse la sua più grande eruzione, tanto da determinare cambiamenti climatici a scala globale. In una sola sera, il Tambora distrusse l’intero villaggio posto ai suoi piedi, e nell’anno successivo, determinò l’anno senza estate.  Agendo sulla scoperta di questi reperti, nel 2004, il vulcanologo Haraldur Sigurdsson dell’Università di Rhode Island, ha iniziato a studiare la giungla che ormai avvolge l’area,  utilizzando un tipo particolare di Radar. Egli individuò una casa completa sepolta sotto 2-3 metri di flussi piroclastici. Pur essendo stata interamente carbonizzata, la sua forma era ben conservata, rendendo possibile distinguere travi e pavimenti di bambù.
Gli artefatti trovati all’interno della struttura, includevano della porcellana cinese, strumenti in ferro e ciotole di rame, oltre alle ossa di due vittime: uno scheletro completo, trovato accanto al focolare in cucina, e la seconda, gravemente danneggiata, identificabile solo attraverso la gamba e la vertebra, trovata sotto il portico. Grazie alle scoperte del vulcanologo, gli scavi sono andati avanti sotto la direzione del Dr. M. Geria dell’Istituto Bali per l’Archeologia.

Raffigurazione dell'eruzione del Tambora

Nel 2008 è stata la volta di un’altra abitazione contenente uno scheletro maschile seduto in posizione eretta, ornato con una scatola di tabacco di rame legato alla sua vita e insieme ad una lancia cerimoniale al suo fianco. Portava anelli con pietre preziose, un braccialetto al polso, e una grande collana in ottone intorno al collo. Durante la stagione di scavo del 2009, fu scoperta un’altra casa carbonizzata, questa volta con un corpo disteso, appena fuori, sotto le macerie vulcaniche, con il braccio sinistro tenuto fino alla testa, forse in un tentativo (fallito) di proteggersi dalla caduta della pomice. Nel 2011 si è aggiunta un’altra abitazione. “Sulla base dei reperti rinvenuti, in particolare oggetti in bronzo e vari gioielli, l’evidenza ha suggerito che il villaggio fosse abitato da ricchi o da un’élite cresciuta in agiatezza attraverso il commercio”, dice Emma Johnston, un membro della squadra investigativa e dottorando alla Bristol University. I principali ricercatori di questo studio, e non solo, sperano di apprendere sempre di più da questo regno sepolto, che stimano potesse essere abitato da 10.000 abitanti. I vulcanologi e gli archeologi inoltre, sperano di scoprire la dinamica degli eventi che li ha portati alla morte. Evidenze stratigrafiche hanno chiarito che le vittime erano nelle proprie abitazioni quando si verificò l’accumulo di materiale, causando il crollo delle strutture ed intrappolando ed uccidendo i residenti. La squadra investigativa riprenderà i lavori nel prossimi mesi, ed avranno il loro bel da fare in futuro: “Gli scavi finora hanno solo scalfito la superficie”, afferma Johnston. “I ricchi reperti suggeriscono che c’è molto di più da scoprire nel sito”, ha concluso il ricercatore. Un articolo dettagliato circa l’eruzione e gli scavi del villaggio perduto del Tambora, sarà pubblicato nel numero di giugno della rivista Popular Archaeology.

fonte: meteoweb.eu

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Arte: William Blake

William Blake, pittore, incisore e poeta inglese, nato a Londra nel 1757 e morto sempre a Londra nel 1827. Da giovane frequenta lo studio dell’incisore James Basire. Nel 1778 studia alla Royal Academy con Stothard, Flaxman e Füssli. Non meno dotato come poeta che come artista, scrive versi di vibrante passione, il cui ritmo può ricordare quello delle opere dell’epoca elisabettiana.

Nel 1789 pubblica i “Canti dell’innocenza” (“Songs of innocence”), uno dei tesori della letteratura inglese, e la prima di una serie di opere in cui egli stesso incise all’acquaforte parole e illustrazioni. Nel 1795 esegue più di cinquecento decorazioni all’acquerello per “Le notti di Young”. Nel 1800 raggiunge il poeta Hayley a Felpham, nel Sussex, e compone i poemi epici “Milton” e “Gerusalemme”, che illustrerà con incisioni al suo ritorno a Londra, nel 1803. Illustra poi “La tomba di Robert Blair” e “I pellegrini di Canterbury”, episodio dei “Racconti di Canterbury” (“Canterbury tales”) di Chaucer. Verso il 1810 la sua fama si oscura, ed egli vive un periodo di miseria dolorosa. Nel 1818 il pittore John Linnell gli chiede di illustrare il “Libro di Giobbe” e la “Divina Commedia”; Blake prepara un centinaio di disegni, la maggior parte dei quali, però, rimane allo stadio di abbozzo.
Rinnovatore della tradizionale illustrazione, con le sue figure allungate e con il suo particolare senso della pagina, nella quale l’illustrazione accompagna, orna e quasi penetra il testo, Blake ha creato fantastiche e visionarie rievocazioni di miti e storie bibliche. È stato il più originale degli artisti inglesi che hanno subito l’ascendente del Füssli. Sue stampe, anche isolate, si conservano nel British Museum, nella Tate Gallery di Londra, nel Museo di Boston.

testo tratto da: http://www.nonsolobiografie.it/biografia_william_blake.html
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