“Archeologi galattici” al lavoro per ricostruire la storia delle prime “luci” dell’Universo

Un recente studio pubblicato sull’Astrophysical Journal mostra come le stelle di classe CEMP – ricche di carbonio e povere di metalli – ed in particolare le CEMP-NO, conservino la firma chimica degli astri primordiali.

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Un gruppo di astronomi dell’Università di Notre Dame ha preso di mira 300 esponenti di una classe di astri di seconda generazione di nome CEMP (Carbon-Enhanced Metal Poor), la cui firma chimica – ricca di carbonio e povera di metalli – potrebbe fornire indizi sulle caratteristiche delle stelle nate prima del Big Bang.
Secondo le attuali conoscenze, un astro nasce da una nube di gas dotata di una certa composizione chimica, che ne costituisce l’impronta unica. Nelle prime stelle – ancora mai osservate perché vecchissime e poco luminose – il gas conteneva quasi esclusivamente idrogeno e una minuscola percentuale di altri elementi, generati in seguito alle reazioni nucleari che si verificano nel corso della “carriera” o nel momento della morte esplosiva in supernova.

Alla fine del ciclo vitale – spiega l’Agenzia Spaziale Italiana – i vari elementi vengono rilasciati attraverso il vento nel mezzo interstellare: questa nube di gas e polvere può diventare un ambiente fecondo per la nascita di nuove “leve”. Ne consegue che le stelle a minor “metallicità” sono quelle più antiche perché nate dalla “culla”, povera di molecole complesse, delle stelle di prima generazione.
Lo studio pubblicato questa settimana sull’Astrophysical Journal ha esaminato le CEMP – per l’appunto ricche di carbonio ma povere di metalli – e un loro sottogruppo, le CEMP-NO, astri che presentano elevate quantità di azoto (N) e ossigeno (O). Le CEMP-NO sono probabilmente nate da nubi di idrogeno ed elio “inquinate” esclusivamente con il materiale espulso dalle primissime “luci” dell’Universo. Questi astri risalirebbero quindi a 13.5 miliardi di anni fa e sarebbero dotati di una composizione chimica quasi incontaminata rispetto a quella primordiale. I dati raccolti sulle 300 CEMP-NO presenti nell’alone galattico mostrano come il ciclo di nuove nascite continua ad arricchire le “culle” di elementi incorporati dalle stelle neonate che li ereditano dagli avi.

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 A cura di Filomena Fotia

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Le inspiegabili incisioni di Peterborough

Un mistero davvero affascinante circonda le oltre novecento incisioni preistoriche a Peterborough, una piccola cittadina nella regione dell’Ontario ed abitata dagli indigeni Algonquian.
Si tratta di disegni, di differenti dimensioni, che rimandano ad un passato probabilmente antichissimo. E’ davvero difficile, infatti, datare queste incisioni scavati nella roccia, vista la mancanza di oggetti in carbonio.
La sola usura delle rappresentazioni consente di tracciare una linea temporale che attraversa i secoli e si colloca in un periodo senza dubbio precedente al 1.400. Ma i dubbi sono davvero tanti e, la scarsa conoscenza dei popoli che abitavano l’America prima dell’arrivo degli Europei, rende insicura qualsiasi datazione.

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Canada: il mistero delle incisioni di Peterborough

Chi ha realizzato queste rappresentazioni?
Sarebbero le antiche tribù indigene che, ancora oggi, considerano Peterborough una sorta di porta verso l’Aldilà.
Le incisioni raffigurano una sorta di guida per l’accesso al mondo degli spiriti e sembrano rimandare ad un culto solare. Un fiume sotterraneo, inoltre, crea dei particolari effetti sonori che forse anticamente facevano pensare a voci umane. Le raffigurazioni sono davvero variegate e vedono barche ignote alla tradizione locale, ma che rimandano ad incisioni tipiche delle regioni settentrionali della Russia e della Scandinavia. Gli archeologi canadesi, pur ammettendo alcune stranezze, invitano alla cautela nell’avanzare ipotesi di contatti europei; dubbi che, probabilmente, rimarranno senza risposta.

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L’attività del Sole mai così bassa: cosa ci aspetta?

Il minimo solare, previsto nel 2021, potrebbe essere anticipato di alcuni anni, secondo gli esperti. A dimostrarlo è il crollo dell’attività solare.

Non succedeva da cinque anni che il Sole mostrasse una superficie così immacolata. Nessuna macchia né eruzioni: l’attività della nostra stella sembra diretta verso il minimo solare, il fenomeno che dovrebbe verificarsi nel 2021. Ma i cali di attività, sempre più frequenti, si stanno susseguendo ad una velocità maggiore rispetto al previsto spingendo gli esperti ad anticiparne la previsione di alcuni anni. Se nei periodi di massima attività le macchie provocano brillamenti ed eruzioni verso il nostro pianeta, durante le fasi di quiescenza la superficie appare libera da ogni macchia. Ma cosa accadrà al nostro pianeta durante il minimo solare?

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Minimo solare, l’attività del Sole mai così bassa: cosa ci aspetta?

Il minimo di Mauder, un lunghissimo fenomeno che si protrasse dal 1645 al 1715, le temperature del nostro pianeta registrarono un crollo verticale con inverni lunghissimi e particolarmente freddi. A testimoniarlo sono le tante cronache del tempo che ci descrivono di raccolti fallimentari o di vendemmie procrastinate. Anche i dipinti possono essere d’aiuto come il quadro i pattinatori del Tamigi di Houndius del 1706 che mostra il fiume di Londra straordinariamente ghiacciato. Nel prossimo periodo gli esperti prevedono un diminuzioni delle macchie solari anche del 60%, fino al 2030, con ricadute potenzialmente non dissimili rispetto al passato.

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L’esopianeta e il suo Sole, scoperto un nuovo gioviano caldo

I dati raccolti dalla missione K2 di Kepler e dallo spettrografo FEROS dell’ESO rivelano l’esistenza di un nuovo esopianeta gioviano caldo, che orbita attorno a una stella molto simile al nostro Sole.

esopianeta

L’affascinante schiera di esopianeti che danzano nello spazio oltre al nostro Sistema solare da oggi ha un ballerino in più.
Il suo passo elegante e circolare avviene a qualcosa come 1.800 anni luce da casa nostra, e la stella attorno a cui si svolge questo ballo è molto simile al Sole.
È l’ultima scoperta effettuata grazie ai dati raccolti da K2, il prolungamento della missione Kepler, che ha reso possibile l’individuazione del nuovo esopianeta lontano.
Chiamato EPIC 220504338b, questo oggetto celeste era già stato indicato come potenziale candidato planetario a metà del 2016 dal team di astronomi della NASA.

Ora un gruppo di ricerca coordinato dalla Pontifical Catholic University of Chile ha condotto ulteriori osservazioni utilizzando il Fiber-fed Extended Range Optical Spectrograph (FEROS) dell’ESO.

I nuovi dati, pre-pubblicati su ArXiv, mostrano che EPIC 220504338b appartiene alla famiglia dei gioviani caldi. Come suggerisce la parola questi pianeti assomigliano a Giove, ma sono fuori dal Sistema Solare e al contrario del nostro gigante gassoso orbitano vicinissimi alla loro stella madre.

I gioviani caldi (chiamati in inglese hot Jupiter) sono – spiega l’Agenzia Spaziale Italiana – mediamente otto volte più vicini alla superficie della propria stella rispetto alla distanza Mercurio-Sole: caratteristica che spiega la loro elevatissima temperatura, da cui l’aggettivo “caldo”.
Nel caso di EPIC 220504338b, la stella da cui questo esopianeta assorbe calore può essere considerata una parente stretta del Sole.
La massa delle due stelle è molto simile, così come le dimensioni; la stella madre di EPIC 220504338b è invece circa 23% più densa del nostro Sole. L’esopianeta le orbita attorno con un periodo che corrisponde a 5.8 giorni terrestri.

Con una densità di quasi 2.1 grammi su centimetro cubo, l’esopianeta è inoltre uno dei più densi gioviani caldi mai scoperti fino a oggi.

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A cura di Filomena Fotia

 
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